MAURO CORONA

Scrittore affermato ma, ancor prima, boscaiolo, cavatore, scultore ligneo, alpinista… un vero “figlio della terra”

Scrittore, scultore, alpinista, Mauro Corona – sessantadue anni, originario di Erto, un paesino della Valle del Vajont – è un personaggio poliedrico,di certo uno che non le manda a dire. Con il capolavoro La fine del mondo storto (Premio Bancarella 2011) ha auspicato un riavvicinamento alla terra e all’agricoltura; mentre lo scorso novembre ha dato alle stampe Come sasso nella corrente, un libro “per non morire frainteso”, una sorta di testamento che consegna ai suoi lettori, e nel quale ripercorre le angherie e le sofferenze di un’infanzia condotta ai margini. In questa intervista Mauro Corona si racconta a tutto tondo. Ne emerge il ritratto di una persona tormentata, arrivata al punto di provare ribrezzo per quella popolarità tanto agognata.

Hai scritto 18 libri, scalato vette italiane ed europee, le tue sculture apprezzate a livello internazionale. Qual è il bilancio della tua vita?

Fallimentare. «Io ho scritto libri e saggi, ma avrei potuto fallire meglio», sosteneva Beckett. Prendo in prestito le sue parole. È un bilancio fallimentare il mio, nei sentimenti sono stato un egoista, un traditore, una pessima figura. Però, in questo marasma, qualche fiorellino esce fuori: i miei libri, qualche scultura, dei figli sani con la testa a posto.

Sei diventato uno degli scrittori più apprezzati d’Italia, ma da poco hai annunciato che, stanco del successo, vuoi ritirarti. Perché?

Ho cercato la gloria per uscire dal pantano della vita, per non morire frainteso. Che questo mi abbia portato una certa fama non mi dispiace, ma come diceva Gabriel Garcia Marquez: «La notorietà è una cosa buona per uno scrittore, ma va tenuta a bada». Ed io sono stanco di tutto questo perché mi ha tolto gran parte della mia vita antica, a contatto con la terra. È lì che voglio tornare.

Nel tuo ultimo libro, Come sasso nella corrente, racconti di un’infanzia sofferta, di violenze fisiche e psicologiche da parte dei tuoi genitori. Li hai perdonati?

Ho fatto una vita infame, un’infanzia maledetta e disgregata con un padre violento, picchiatore e alcolizzato, e una madre che per sfuggire al suo uomo ha persino abbandonato i suoi figli piccoli. Oggi che sono morti posso affermare che sì, li ho perdonati, però allo stesso tempo io non dimentico. Sto per dire una cosa orribile: lui è morto cinque anni fa, lei da pochi mesi; ebbene, nonostante io li amassi e ho pianto per loro, devo ammettere che mi hanno fatto un piacere perché adesso, non vedendoli più, posso finalmente dire di aver chiuso una pagina, non sono più un figlio.

E Mauro, che tipo di genitore è?

Sono stato un genitore accorto e affettuosissimo. E anche un buon maestro, ho fatto scoprire ai miei figli la bellezza della natura, li ho fatti scalare, camminare, ho insegnato loro a scolpire, a fare il presepio. Ora che sono tutti laureati hanno ripreso questi insegnamenti che avevo inoculato loro da piccoli, e ne sono fiero. Sono stato un buon genitore ma, allo stesso tempo, un cattivo marito. Mia moglie ha dovuto subire molte umiliazioni.

Nello stesso libro c’è un passo in cui dici che alla sua morte tuo padre ti ha lasciato un furgone di armi, tua madre una stanza piena di libri, tuo nonno gli attrezzi da artigiano, ma non l’arte di tacere…

Oltre al Dna ereditato dai genitori, colore degli occhi, dei capelli, altezza, carattere, ce n’è uno ancor più importante, ed è quello che dormiamo durante il periodo dell’infanzia. Mia madre era una lettrice formidabile. Quando se ne andò abbandonando i suoi tre bambini, io avevo sei anni ed ero il più grande, mi lasciò una stanza piena di libri. Io prima di aver compiuto dieci anni avevo già letto mattoni come Guerra e Pace, I Miserabili, Delitto e Castigo. Lei non ha mai smesso di leggere, fino agli ultimi giorni della sua vita: era impazzita, iniziava a vedere fantasmi ovunque, però continuava ad avere tra le mani i suoi libri. Mio padre, al contrario, credo che in vita sua non abbia mai letto neanche un cartello stradale, però mi ha trasmesso la passione per le montagne, le scalate, la caccia, la vita all’aria aperta. È una persona che ha dormito più fuori che dentro casa, ed è a lui che devo il mio amore per gli spazi aperti. Mio nonno, invece, era un artigiano, uno scultore abilissimo e mi ha lasciato il Dna della scultura, del lavoro del legno, della manualità. Però, come dico nel libro, lui per uscire dal suo inferno lavorava il legno e taceva, era una persona che diceva quindici parole l’anno. Io, invece, ho voluto chiacchierare.

Cos’è la vanità?

La vanità mi ha sempre circondato. Forse è correlata alla solitudine e al malessere, ma è un desiderio irrefrenabile di esser visti. Io sono stato molto vanitoso. Odio guardami allo specchio, perché quei due occhi sono lì che mi rimproverano: sei un vanitoso, un arrogante. È per questo che voglio ritirarmi. Quando sento alcuni colleghi affermare: «Io scrivo per me stesso» provo pietà per la loro falsità, perché tutti vogliono pubblicare, vendere milioni di copie e vincere premi, perché negarlo? L’uomo è così, non è mai compiuto. L’umiltà è soltanto recitata, non esiste in natura.

Qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?

I rimpianti sono una dolcezza lontana, una tenera nostalgia. I rimorsi sono come le disgrazie, diventano tali solo quando sono accaduti e non hai più la possibilità di rimediare. Io sono perseguitato dai rimorsi, ed è per questo che reputo la morte una liberazione, perché solo allora riuscirò a liberarmene.

Sei stato definito l’uomo che parla agli alberi, ma se potessi scegliere quale pianta saresti?

Come ho scritto nel libro Le voci del bosco (Mondadori 2008, ndr) io sono un carpino, un albero dal carattere testardo che cresce storto, ossuto, inquieto a ramingo. Forte e inavvicinabile, duro e insopportabile, arrogante, ma anche buono.

Le tue sculture rappresentano più dei “No” o dei “Sì”?

Entrambi gli aspetti. Io non ho mai utilizzato l’eternità della pietra, ma il legno, perché è più vulnerabile. Ho scolpito il lavoro, la fatica, i boscaioli, i contadini, ho cercato di rappresentare l’impossibilità di essere felici. Ho scolpito gli amanti, che sono costretti a nascondersi per vivere la cosa più bella che possa capitare ad un essere umano, vale a dire l’amore. Cerco di scolpire sul legno le cose che non ho mai avuto, dando così loro la dignità di esistere alla luce del sole. Non è un caso che il tema più ricorrente delle mie opere sia la maternità. Voglio tenere unita la famiglia almeno nelle sculture e, invece, vedo che tutto si sfaglia intorno a me.

Quanto è forte il nichilismo al giorno d’oggi?

È terribilmente imperante. La gente brucia i boschi, incendia, deturpa la natura, la inquina, perché non si preoccupa di chi verrà dopo, ma è proiettata soltanto sulla brevità della propria esistenza. Una volta faceva da freno la fede, il Credo nel Dio, ma ormai non c’è più neanche questo, il mondo si è sgretolato.

In un’intervista del 2009 hai dichiarato: «Ben venga la crisi, che Dio la benedica», citando anche un proverbio della tua Erto: “Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”. A due anni di distanza la penuria di denaro ancora persiste, confermi quelle parole?

Certo, perché l’uomo di sua scelta non è capace di tornare indietro, ha bisogno di un’imposizione oppure di una disgrazia. Noi siamo un popolo intelligente, ma anche pigro, e quindi se non c’è qualcuno che ci impone di mettere il casco noi ci possiamo spaccare la testa beatamente. Con questa crisi oggi è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, negli acquisti, nel muovere la macchina. E allora lo ripeto: ben venga la crisi che riumanizza l’uomo.

Qual è il modo per uscirne?

Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo… Dobbiamo smetterla di investire sulle industrie e tornare a fare i contadini. Perché se ti fai il mangiare diventi invincibile in quanto hai tutto: animali, riso, frumento, insalata, verdure, frutta. Ma io dico, cosa faceva Steve Jobs per vivere? Mangiava computer?

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato sul numero di Giugno del mensile 50&Più.

Disponibile in versione pdf: Mauro Corona – Intervista – Giugno 2012

3 thoughts on “MAURO CORONA

  1. mauro e’ un grande scrittore un grande scultore e un ottimo alpinista i suoi libri sono molto interessanti e intigranti e colpiscono nel cuore alcune suo storie grazie di esistere

    • Ho quasi tutti i libri di M.Corona…. mi piace il modo di raccontare di posti che sono un po’ i miei ricordi d’infanzia. L’opera Neve mi ha affascinata! Vorrei dirglielo direttamente, chi mi dà un recapito?

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