Una scossa al terremoto: l’Emilia vuole ripartire

“Nonostante tutto gli emiliani non si danno per vinti. L’altra faccia della disperazione è la loro “reazione”, forte come il loro carattere, generosa come la loro voglia di ricominciare”

 “Quando hanno sentito la scossa i bambini erano a scuola: si sono presi per mano e accompagnati dalle maestre sono usciti in fila dall’edificio, calmi e ordinati, come gli era stato insegnato dopo il terremoto del 20 maggio. Anche gli adulti dovrebbero fare un corso di educazione su come ci si comporta durante un sisma”.

Pier Paolo Borsari è il sindaco di Nonantola, comune del modenese, e racconta così quel 29 maggio, quando i più piccoli sono stati da esempio anche per gli adulti, e mentre tutti lasciavano la scuola, la bidella si fermava all’interno per verificare che non ci fossero scolari nei bagni. “Da settembre comunque i corsi si faranno davvero – assicura – è fondamentale sapere come reagire per evitare problemi ancora peggiori”.

“Reagire” è diventata la parola d’ordine per gli emiliani, da quando il 20 maggio una scossa di magnitudo 5.9 li ha colti nel sonno, nel cuore della notte, e un’altra altrettanto forte nove giorni dopo li ha colpiti ancora, aggravando ulteriormente i danni.

Da allora la terra non ha smesso di tremare, e la gente ha cominciato a convivere con questo continuo senso di instabilità, ma nemmeno per un attimo si è fatta sopraffare dagli eventi. La necessità di ripartire, con le proprie attività economiche, con le proprie vite, si percepisce continuamente in questi territori considerati fra i più ricchi d’Europa, con tassi di occupazione che superano il 70%, fra industria e agricoltura.

Se nei comuni sono stati organizzati i campi di tende per gli sfollati, nelle campagne, data la vastità dell’area colpita dal sisma (da est a ovest da Ferrara a Carpi per 60 km e da nord a sud da Poggio Rusco a Crevalcore per 30 km, ndr) ogni famiglia ha fatto da sé o si è organizzata con i vicini per costruire un piccolo prefabbricato in legno, affittare un camper, o persino acquistare un container e un bagno chimico. Ci sono aziende che non hanno mai chiuso, ma che hanno trasferito i propri “uffici” in gazebi di plastica, o che si preparano a demolire e ricostruire capannoni e strutture ormai pericolanti.

“Adesso si sa quale strada seguire nell’adeguamento edilizio dell’esistente – dice Giovanni Tosatti, docente di geologia applicata all’Università di Modena e Reggio – tenendo conto che molte delle strutture che sono cadute con le scosse erano state realizzate prima del 2003, quando è stata fatta la prima classificazione sismica”.

E’ una pianura che si perde all’orizzonte quella del Basso Modenese, percorrerla significa smarrirsi con lo sguardo in lunghe e sterminate piantagioni di mais, spighe di grano e distese di frutteti. Un paesaggio bucolico che viene interrotto  da casali, case, ville e fienili sventrati, ridotti spesso ad un gioco di travi barcollanti incastonati in cumuli di macerie che riconferiscono tutta la drammaticità del momento ad un paesaggio apparentemente fuori tempo.

Nella frazione di Scortichino, tra Finale Emilia e Bondeno, la signora Barbara Scagliarini,74 anni, ci conduce nel suo giardino per mostrare della sabbia grigia fuoriuscita dalla terra. Si tratta del fenomeno della liquefazione che ha creato tanto sgomento tra la popolazione.  A pochi metri c’è il capannone in cui suo figlio, commerciante di sanitari e arredo bagno, teneva gran parte del materiale: il deposito è andato completamente distrutto.  La storia della signora Barbara sembra uscire dalle pagine del più romantico dei libri: sposata con un libico conosciuto ai tempi degli studi a Bologna, ha vissuto sotto il regime di Gheddafi, anni e anni in giro per il mondo per tornare poi alla sua amata terra natia, l’Emilia. E’ un’attivista del comitato No Gas, agguerrita e guerriera è stata capofila nelle battaglie contro la realizzazione di un deposito gas a Rivara:  “Finalmente si sono accorti che è impossibile avere un sito di stoccaggio lì – afferma con enfasi – con la situazione odierna basta un niente e salta in aria tutta l’Emilia”. Dietro una coltre combattiva però Barbara cela tutta la fragilità di una donna che continua a rivivere, nella sua mente, i secondi infiniti in cui la terra non smetteva di tremare.  Suo figlio le ha comprato un prefabbricato in legno provvisorio, che in giardino è diventato una minuta e graziosa camera da letto per sua madre, che ha troppa paura ancora a dormire in casa.

A quindici chilometri di distanza, nella tendopoli di San Carlo, allestita presso il campo sportivo e tra i primi campi nati spontaneamente, troviamo la signora Giuditta, non un capello fuori posto ed un aspetto curato a dispetto delle sue  84 candeline. “Vivo da sola non ho figli, è da 34 anni che sono dentro quella casa, mi fa male lasciarla”, racconta. Non trattiene le lacrime quando ripensa alla notte del 20 maggio:  “Vedevo i muri ballare, credevo venissero giù”. A San Carlo l’80% del paese è stato risucchiato dal fango.  Giuditta ha l’asma, impossibile per lei vivere in una tenda. “Ho comprato un camper ma lo uso solo per dormire, di giorno sono qui al campo, ho paura a rimanere sola”. 

Seduto dinanzi ad una tenda, sotto l’ombra di un albero ed il manico di un ombrello a cui appoggiarsi quale unico sostegno, c’ è Alfredo, Alfredo Lanzoni, ottant’anni tondi tondi, che tira fuori dalla tasca un foglio con caratteri dattilografati ed inizia a leggere una poesia scritta da lui. Poi racconta di sé, e di come sia cambiata la sua vita dopo il 20 maggio scorso: “La mia casa ha avuto qualche crepa, ma è agibile. Di giorno vengo al campo per stare in compagnia, la notte invece dormo con un occhio aperto e uno chiuso, sempre in allerta”, dice strizzando l’occhio e svelando un’ironia da far invidia.

Gli anziani sono tra i soggetti più a rischio in questo frangente, è per questo che i comitati e le associazioni ricreative del posto si stanno dando un gran da fare per organizzare attività, “tombolate”, gite fuoriporta e quant’altro serva a divagarsi un po’.

Nel Basso Modenese il terremoto ha raso al suolo l’85% delle imprese fermandone l’indotto,  guai però a gettare la spugna.  La CIMA Spa, azienda di Mirandola che produce macchine per la  gestione del contante e la protezione del denaro, si è subito rimboccata le maniche. Novanta dipendenti e una clientela che annovera i più grandi istituti di credito italiani ed esteri. “Ci siamo affrettati a far demolire uno stabilimento di mille metri quadrati in cemento armato, del 2002, per consentire la messa in sicurezza di quello più grande, che ha resistito (del 1974). Lo stesso giorno abbiamo ordinato un tendone provvisorio, in cui abbiamo trasferito i nostri ingegneri in modo da fornire assistenza ai clienti. Siamo ripartiti subito”, racconta la titolare  Nicoletta Razzaboni.

Ma non sempre è così facile. La Falegnameria Martelli, la cui storia inizia nel 1951, aveva già pagato un prezzo alto a causa della crisi: “Avevo dodici dipendenti e son rimasto con uno – afferma il proprietario Giulio che porta avanti l’azienda assieme a sua moglie e ai suoi due figli – il terremoto ci ha tagliato ancor più le gambe”. La scossa è stata così forte da spostare di 35 centimetri una levigatrice dal peso di 30 quintali, ed ha causato anche uno spostamento delle mura portanti di uno dei due capannoni.  “Il capannone va demolito, i costi sono alti da sostenere, ma se non arrivano aiuti come faccio a rimetterlo su di nuovo?”. Ricominciare rapidamente sarebbe fondamentale, perché per la ricostruzione c’è bisogno di infissi e manufatti in legno, e dunque la falegnameria potrebbe tornare a produrre a pieno regime in breve tempo. “Il rilancio dell’attività richiederebbe l’assunzione di nuovo personale, ma se non metto in sicurezza come faccio? Ci sentiamo smarriti”.

E mentre nelle zone rosse dei centri storici colpiti, le saracinesche dei negozi son tutte abbassate, e chissà per quanto altro tempo ancora, c’è anche chi non ha mai arrestato la sua attività, nonostante la paura. Elio Bergamini è un ristoratore e gestisce con passione il caffè Del Ricordo di Bondeno. Ogni sera, dopo la chiusura, non torna a casa ma con la moglie dorme nel suv, parcheggiato sul retro. Dal 29 maggio è questa la loro camera da letto: “La nostra casa è agibile, ma come fidarsi a dormire dentro dopo quel che è successo?” Nonostante i brutti ricordi Elio non ha smesso di guardare avanti, anche perché ha registrato un incremento degli affari: “Il terremoto ha coinciso con l’apertura dello spazio esterno del ristorante – racconta –   la gente ha paura di rientrare a casa per cucinare, preferisce mangiare fuori, ed io ho sempre i tavoli pieni”. Quella veranda è diventata un nuovo punto di riferimento, in un paese ferito nel suo centro storico; pochi giorni fa ha persino ospitato un pranzo nunziale: e per una giornata è sembrato come se nulla fosse mai accaduto.

 

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo)

Stephanie Gengotti

(foto)

Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

Disponibile in versione pdf:Terremoto_Emilia

3 thoughts on “Una scossa al terremoto: l’Emilia vuole ripartire

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