…sotto il cielo d’Irlanda: una partita chiamata GALWAY MAYO

E’ passato un mese. Trenta giorni fa il cielo d’Irlanda ci dava il benvenuto mostrandoci, a sprazzi, le sue bellezze. E’ proprio ora che la quotidianità sembra aver ripreso il sopravvento, malgrado gli scherzi di un’estate che continua a stupire, ora, proprio ora, decido di mettere nero su bianco quei giorni. Perché il tempo non sbiadisce i ricordi anzi, li rende più vividi. Se chiudo gli occhi vedo dinanzi i miei orange guys, che tento invano di contare. Rivedo le serate/nottate in staffroom, che sapevi quando iniziavano, ma guai a chiedersi quando si sarebbero concluse. Rivedo all’opera i miei ragazzi del Galway News, che sono riusciti nell’impresa di realizzare un giornale in appena 2 incontri. Rivedo le mie compagne pugliesi del 167, i materassi che danzavano da una stanza all’altra, l’acqua calda che faceva i capricci e quelle chiavi che, puntualmente, venivano smarrite. E rivedo tutti i 146 elementi che hanno reso questo soggiorno indimenticabile.
A voi, a tutti voi, dedico queste righe, estrapolate dal diario che ho tenuto durante quei giorni, uniti nei ricordi e alle considerazioni che, nelle ultime due settimane, hanno preso sempre più consistenza.

Succede che navigando sul web ti imbatti in un annuncio che promette “Vacanze in Irlanda o in Inghilterra”.

Succede che quando c’è una meta da raggiungere tu non ci pensi poi tanto. E così quest’inverno ti ritrovi a seguire un corso di animatori, tra la neve e il sole, e lo fai senza  neanche troppa convinzione. Arriva l’estate, nessuno ti chiama, tu pensi di esser stata scartata,  e fai tabula rasa di quella possibilità.

E poi ecco che il telefono squilla e, in men che non si dica, tutto cambia.

Succede che ti ritrovi in Irlanda, a Galway, con il ruolo di animatrice.  E succede che ti senti a disagio, quasi a provarne vergogna, perché non c’è niente di più lontano dal tuo io.

Perché se tu nella vita hai deciso di voler scrivere, è anche per la convinzione che hai di non saper parlare. E invece ti ritrovi catapultata in un mondo che non solo ti obbliga a parlare, ma ad urlare, a farti sentire, magari anche ascoltare.

Lo straniamento dei primi giorni è completo. Il timore di non esser all’altezza, la vista degli altri, così avvezzi, intraprendenti, brillanti.  E tu al contrario piccola piccola. Timida. Catapultata in un contesto estraneo.  Maledici quella tua indole nel buttarti a capofitto in esperienze che non ti competono, trovandoti a fronteggiare situazioni che ti mettono in difficoltà. Valuti anche la possibilità di gettare la spugna, e tornartene in Italia. E poi trovi la forza di aprirti, di svelare quella fragilità. E’ difficile all’inizio spiegare il tuo malessere, perché le parole non escono, bloccate come sono da un nodo alla gola che non ti dà scampo. Ma davanti trovi chi ha già capito tutto, e ben conosce quelle sensazioni che tu reputi esclusive: “Stai tranquilla, è normale all’inizio, datti un altro po’ di tempo, vedrai che già domani andrà meglio”, ti sussurra lei,  la tua prima confidente, che prova a sollevarti il morale raccontandoti aneddoti del suo primo soggiorno.  Aveva ragione.

Perché il segreto è uno solo: farsi trasportare. Trasportare da loro, dai ragazzi.

E’ come se ti sollevassero, con dolcezza ti adagiassero su di un tappeto e il tuo compito si azzera perché devi solo lasciarti fluttuare dal movimento del vento.  E così tutto cambia, suddenly, proprio come quel cielo d’Irlanda che ci ha dato acqua, vento, ma anche di improvvisi sprazzi di sole che nutrono l’anima. Ti ritrovi mascherata da Winxs, una bandiera come vestito, dei codini con cartapesta, leggins floreali e volto metà arancio e metà blu. Tu? Tu? Sei proprio tu? E già.

“Il segreto è mettersi in gioco, affidati a noi, e vedrai che a fine soggiorno ti ritroverai trasformata”: queste erano state le parole di Valerio e di Antonio, in risposta al mio intervento nel corso della prima riunione.

E’ come se, un passo alla volta, le barriere cadessero, mano a mano, o quantomeno cessassero di essere da intralcio.

Ricordo il momento dell’organizzazione del primo pomeriggio di sport, il mio timore che diventava vero terrore al pensiero di non esser all’altezza di fare nulla, essendo un’antisportiva per eccellenza. E invece tutto  fila liscio, due passaggi a pallavolo, qualche exploit nel badminton e tra risate ed acrobazie, il tempo vola, e alle 16 in punto ci ritroviamo tutti nella recreation room, puzzolenti e assetati, a vedere un video sul football gaelico più o meno apprezzato.

E ricordo il secondo giorno di sport. “Di cosa ti vuoi occupare questo pomeriggio?” mi chiede di nuovo Antonio.  Scorro con gli occhi i nomi di quelle stesse discipline: “ Considerando che non so fare niente  – dico – proviamo con il rugby, così magari è la volta buona che imparo le regole e finalmente capisco come funziona”, rispondo sorridendo.  Mi metto subito in azione,  trovo Giacomo e Andrea, li nomino miei coach ufficiali e mi faccio spiegare, per filo e per segno, regolamento e finalità.  Quel pomeriggio l’azzurro del cielo riesce ad avere la meglio sulle nuvole, e ben si sposa con il verde acceso del prato  dietro il college, che diventa campo di un triangolare di calcio A8  e campo di una partita di rugby 6 contro 6.  C’è Michelle con me e prende in mano la situazione, organizza le squadre e fa da arbitro, all’occorrenza anche da giocatrice. Io sono lì, la aiuto a delimitare il campo,  sorveglio, incito i ragazzi, scatto qualche foto, e di tanto in tanto vado da Angelo, nell’ala calcio, radiolina al collo, assicurandomi che tutto vada liscio. Insomma, non faccio nessuna performance, eppure mi sento perfettamente integrata nel contesto. E’ questo che intendeva Valerio col dire mettersi in gioco? Ed io, sono stata capace di farlo questa volta?

Passano i giorni ed ecco i passi da gigante. I ragazzi  iniziano a conoscersi tutti, vuoi per le squadre, vuoi per il gruppo della scuola, vuoi per il centro d’interesse o il gruppo sport. Non appena c’è un momento ne approfittano per buttarsi sul prato. Sventolano le bandiere colorate, ed è una delizia lo scenario che prende vita. Regna serenità, benessere, spontaneità, semplicità. Iniziano a formarsi le prime coppiette. Noi animatori cerchiamo di aver sempre tutto sotto controllo, ma qualcosa poi, sfugge sempre, e la notte, in staffroom, non manca mai uno scoop da raccontare.

I ragazzi riempiono le mie giornate, li osservo, gli parlo, mi parlano, li cerco, li rimprovero, mi ascoltano e mi seguono. E mi danno tante, tante, soddisfazioni.

Non dimenticherò mai lo straordinario gruppo del centro d’interesse “Galway News”.  Alcuni l’avevano scelto perché sognano di diventare giornalisti da grandi. Altri semplicemente come scarto, perché erano rimasti fuori dal gruppo sport o musica. E’ la prima volta che mi trovo a “gestire” una classe, a definire ruoli, compiti, e tempo a disposizione.   L’idea di partenza è ambiziosa: realizzare da zero un giornalino di sedici pagine, decidendo gli argomenti e realizzando gli articoli, corredati da immagini e interviste. Mi limito a dire questo ai ragazzi, pardon, ai miei redattori, e loro fanno tutto il resto, esprimendo delle potenzialità che mai, e dico mai, mi sarei aspettata. Hanno tirato fuori tante idee, subito si mettono all’opera per concretizzarle. In men che non si dica, gli articoli sono pronti.  Approfondimenti di cultura, di sport, culinari, creativi. Un’inchiesta sul fumo, un cruciverba e l’oroscopo. Persino un’intervista video, e persino una parte del giornalino in inglese. L’avrei mai detto? No. E loro, si son resi conto che hanno interamente realizzato un giornalino di sedici pagine? Forse no.  Simone, Luca, Chiara, Mario, Marcello, Giacomo, Dario, Ettore, Michele, Simona, Maria, Marianna,  Elena, Ilaria, Lorenzo, Riccardo, Enzo: eccoli i fantastici 17 (inseriamo anche Martin così arriviamo a 18,  e tanta pace per la sfiga)!

I giorni corrono via troppo in fretta, i ritmi son frenetici e, spesso, manca il tempo materiale per far tutto, compresa una sosta più prolungata in bagno. Arrivo a sera, a volte, e mi rendo conto di non esser riuscita, in tutto l’arco della giornata, a scambiare una parola con Valerio. Ma come è possibile? Mi chiedo.

Già Valerio, sarebbe stato possibile per me trovare un coordinatore migliore di lui? Non credo.

Non dimenticherò mai la sua versione Papa Ratzinger , mentre dava istruzioni sulla cooking competition. Ha ricevuto tutti dalla finestra della staffroom, contornato da bandiera bianca e gialla, adagiato su di una poltrona d’oro, vestito da Pontefice. Ha dato vita ad una scenetta così spontanea e divertente da rimanere indelebile, ne son sicura, nella mente di tutti noi. I ragazzi da sotto lo guardano estasiati, anche io con loro.

Aveva un compito grande sulle spalle, Valerio, eppure non l’ha mai dato a vedere. Anche quando la stanchezza aveva il sopravvento venivamo prima tutti noi, e poi c’erano le sue esigenze, in ultimo però, e soltanto alla fine, solo se rimaneva tempo. Ed il tempo, di solito, non rimaneva mai. Per me non è stato soltanto un punto di riferimento, ma qualcosa di molto più importante.  Poteva succedere di tutto, potevano sorgere i più svariati contrattempi, ma sapevo che lui c’era, e con la sua calma avrebbe risolto tutto. Non mi ha mai fatto mancare una parola di sostegno, una pacca sulla spalla, un abbraccio. Ho sempre percepito la fiducia che nutriva nei miei confronti, ed ho cercato di ripagarla al massimo, non potevo, e non volevo, deluderlo. I ragazzi poi lo adoravano, forse all’inizio deridevano un po’ il suo accento romano ma, giorno dopo giorno, lui li ha saputi conquistare con l’autorevolezza, con il suo prodigarsi al 1000% per la buona riuscita del soggiorno.

Le gite ai castelli di dubbiosa bellezza, le attività serali, il talk show, la caccia al tesoro, il travel game, la sensazione che in ogni momento potesse accadere qualcosa di speciale, e capace di sconvolgere tutto.

La mattina spesso il risveglio era condito da una sensazione di smarrimento.  Che ore sono? Dove sono? A che ora è l’appuntamento?  Quali sono le cose da fare oggi? Poi una colazione tutti insieme, arriva la prima dose giornaliera di Kulana e, pian piano, si inizia a carburare.

E ecco poi tutto lo staff. Mi piace definirci una sorta di cordone, l’uno nella mano dell’altro, sostenendoci a vicenda e alleggerendo così un compito che, spesso, avrebbe potuto nascondere insidie. Bastava uno sguardo a volte per capirsi: “Ce l’hai tutti?”, significava il più delle volte. Il sostegno era totale, la compartecipazione anche, eravamo un team a tutti gli effetti, sin dall’incontro all’aeroporto di Fiumicino. Quante volte ho trovato aiuto dai veterani, che dispensavano consigli e prendevano sempre in mano le situazioni.

Antonella con il suo sorriso, la sua sensibilità  e  pacatezza, capace di sciogliere ogni velo di preoccupazione e di trovare la via giusta per varcare timidezze e inquietudini. Francesca un vulcano di energia, pallone ai piedi o microfono in mano poco importa, era sempre al top. I ragazzi la adoravano, e non è difficile capire il perché.

E quanto sostegno dai nuovi. Quando mi sentivo persa, li cercavo, ci confrontavamo e il più delle volte condividevamo gli stessi dubbi. La dolcezza e lo sprint di Mariarosa, capace di sacrificarsi accettando un centro d’interesse di dubbia consistenza, pur di aiutarmi. E’ stata preziosa Mariarosa. Bastava un po’ di musica e subito diventava la regina della disco, e la spontaneità e innocenza del suo “A fine soggiorno sarete tutti napoletani” è diventata ben più di un semplice must. E poi c’era Zap (o Linda che dir si voglia), anche lui si é lasciato trasportare al 100 per cento dagli eventi, e la standing ovation che ha consacrato l’ultimo giorno l’esibizione del suo coro è stato un riconoscimento meritato. Le nostre squadre erano gemellate,  è stata una passeggiata organizzarmi con lui ogni volta anche se, e l’appunto c’è tutto, ancora mi chiedo che fine abbia fatto fare ai miei cuscini!

C’era anche Angelo, capace di mettersi ai fornelli e vestire i panni di Nonna Papera, aveva creato un feeling bellissimo con i suoi “rossi”, accompagnandoli nella risalita di posizioni durante gli ultimi giochi . E poi c’era Pisa, come mi sono affezionata anche a Pisa! Ne abbiamo passate tante insieme, a partire dall’entrata trionfale di Antonio e Cleopatra, passando per i tornei di badminton fino ad arrivare alla cena a base di Viennetta e marmellata (…!) con lo staff irlandese. E’ stato lui, durante una delle nostre prime chiacchierate, a farmi riflettere sul fatto che non fosse per niente scontato, per una che non aveva mai fatto esperienze di questo tipo, decidere di intraprendere quest’avventura, da sola, “Ti invidio, sei coraggiosa”, mi disse e solo in seguito avrei capito l’importanza delle sue parole.

Ma non c’erano solo gli animatori a Galway al mio fianco, oh no. Quante volte mi hanno aiutato Eleonora e Marianna? Una dottoressa e un’infermiera che abbandonano il loro ruolo pur di venirci in soccorso. Anche loro si son messe in gioco, ponendosi al nostro stesso livello mantenendo, al contempo, quella serietà che la loro professione gli imponeva di mostrare.

E poi la roccia di Cristofero, che era sempre lî, pronto a prodigarsi per tutto e per tutti. Si definiva il jolly del campo, per me era una pietra miliare. Così come Antonio: sempre concentrato affinché tutto filasse liscio, vestiva e svestiva ruoli con una facilità impressionante, passando da predicatore a disk jockeyin un  batter d’occhio. Per non parlare di Giuliana, credo che avesse il compito più scocciante, dalla mattina alla sera a raccogliere le lamentele sui disservizi degli alloggi , trasformandosi all’occorrenza in idraulico, elettricista e chi più ne ha più ne metta, ovviamente ireland style. Eppure l’ha  svolto con serietà e serenità , non risparmiando mai sorrisi.

E su tutti c’era lui, Alberto. Un sostegno, una colonna, una certezza. Non saprei pensare al soggiorno senza Alberto, quantomeno non al mio. Perché mi è stato vicino. Abbiamo condiviso tanto. Ci siamo conosciuti e raccontati l’un l’altro, mi ha aperto una finestra sul suo mondo: l’amore sterminato per il suo nipotino, le foto dei paesaggi incantati della sua Sardegna, i racconti delle mete a cui é approdato nei tanti anni del suo girovagare. Alberto c’era sempre, quando la tristezza prendeva il sopravvento, quando la stanchezza rendeva tutto difficile, o semplicemente quando sarebbe servito soltanto staccare la spina, ma non era permesso. E’ stata la mia terza mano, fino all’ultimo. Lo ricordo all’aeroporto, nel momento del rientro, che chiamava e contava i suoi ed anche i miei, perché sapeva che ero in difficoltà. Il fatto è che ci sono persone che vivono le emozioni in maniera viscerale e esponenziale, ed io son stata una di quelle, dal primo all’ultimo giorno. Lui lo sapeva bene e non ha esitato  a darmi tutto il suo sostegno.  E lo ha fatto cosi, col cuore in mano, senza chiedere nulla in cambio. E mi chiedo come fare a ringraziarlo, perché un semplice “grazie” rende tutto banale.

Eccoli poi loro,  i ragazzi della squadra arancione. I miei ragazzi. Li ho lasciati per ultimi non certo per ordine di importanza ma soltanto perché è troppo, troppo grande quel che nutro per loro, e temo che le parole non saranno in grado di restituirlo. Quante ne abbiamo passate insieme. I loro volti sono scolpiti in me, in maniera indelebile.

Porto dentro i loro sorrisi, la spensieratezza e allo stesso l’inquietudine di un’età un po’ birichina.  Le risate, gli occhioni pentiti all’ennesimo rimprovero per un ritardo. A volte li ho trattati male, anzi troppo, e loro non lo meritavano. Non dimenticherò mai la punizione che gli ho inflitto, all’indomani di un ritardo, facendoli presentare all’appuntamento alle 7.30 di mattina, mezzora prima rispetto a tutte le altre squadre. L’acqua scendeva a catenelle quel giorno, e faceva freddo.  Io ero arrivata con un quarto d’ora d’anticipo, quasi volessi infliggermi una punizione peggiore della loro, se solo fosse stato possibile.  Li aspettavo sotto la pioggia convincendomi che, anche la pioggia, in Irlanda, ha un suo perché.   Ero li che li aspettavo, avevo paura che non arrivassero. “Che senso ha arrivare prima e stare mezzora sotto la pioggia aspettando gli altri, visto che ci spostiamo solo in gruppo?” mi chiedevo. L’aveva un senso.

Alle 7.25 vedo delinearsi due figure in lontananza, nel prato. Erano  Ilaria ed Elisa, loro ree la mattina prima di aver tardato più di un quarto d’ora, eccole presentarsi con cinque minuti d’anticipo sugli altri. “Dovete essere qui prima domani, cosi date il buon esempio “, mi ero raccomandata. L’hanno fatto.  Scocca l’ora x ed iniziano ad arrivare tutti, alcuni adagio, altri correndo, altre in tre sotto lo stesso ombrello, altri danzando sotto la pioggia e mostrando un’energia invidiabile. Temevo rancore nei miei confronti, e invece nessuna polemica, un po’ insonnoliti sì, normale in fondo. E così alle 7.45, quando al gazebo è iniziato il flusso di tutti gli altri ragazzi, la squadra arancione c’è, tutta unita e compatta. “Noi siamo tutti, noi siamo tutti!”, ripetevo a chiunque incontravo sul mio cammino, e la pioggia non poteva scalfire quel che si era appena creato.

I giorni hanno iniziato a scorrere veloci, ed io ho cercato di nutrirmi di loro. A mensa silenziosa ascoltavo i loro discorsi, e mi sorprendevo di quanto, a volte, toccassero temi anche spinosi, mostrando una maturità che ben poco aveva a che vedere con i loro 15-16 anni. Vedevo legami consolidarsi, piccoli gruppetti formarsi, anche coppiette, nonostante cercassero di nasconderlo mostrando un’apparente distanza. Ad alcuni mi appoggiavo completamente, a lui ad esempio, che  era sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, e subito si prodigava nell’aiutarmi nella famosa conta. E poi loro, sempre in prima fila e pronte a prendere in mano la squadra durante i giochi. E poi c’era il creativo, lo sportivo, la mascotte, la vanitosa, l’esigente, l’intraprendente, un piccolo mondo colmo di qualità. Hanno dato il massimo i miei ragazzi, nelle sfide come nei giochi, prede di un sano agonismo. Pierfrancesco , Gianluca, Giulia e Martina, Elisa e Ilaria, Francesca, Angela, Ilaria, Ludovica, Matteo, Giacomo, Antonio, Emanuele, Federica, Alessandro: li porterò sempre con me. Sempre.

Se c’è una cosa che non mi perdono, è quella di aver ricambiato la loro dolcezza con un’eccessiva severità. Rimproverarli sempre e comunque, anche per tre minuti di ritardo, anche perché quei tre minuti erano stati impiegati per fare la fila in bagno.  E ricordo quanto sia stato difficile per me vivere gli ultimi due giorni nella consapevolezza che no, non sarei stata in grado di salutarli a dovere. Ed infatti così è stato.

La penultima serata è stata dedicata ai giochi di squadra, i miei ce l’hanno messa tutta, ed eravamo una vera forza tutti insieme, tutti vestiti di arancione.  Alla fine dei giochi Valerio ha dato la possibilità ad ogni squadra di recarsi nell’appartamento del proprio animatore per creare un ultimo momento da vivere insieme. E io per l’ennesima volta non ho colto l’occasione ma me ne sono stata in silenzio, lasciando che parlassero tra loro. Avrei avuto tante cose da dirgli, ma non ce l’ho fatta. Loro non si son smentiti, e mi hanno lasciato, su di una t-shirt orange, le loro parole, scritte con un pennarello blu.  Frasi e pensieri bellissimi che però, davvero, non credo di meritarmi. Alle 23.27 uno di loro mi ha chiesto se poteva andare via (tre minuti prima del permesso “accordato” da Valerio) , perché era stanco, e per me è stata la dimostrazione che no, purtroppo, la mia figura non è emersa.

L’indomani non sono riuscita a salutarli,  neppure ad avvicinarli. Volavano lacrime e abbracci, io me ne stavo in disparte. Solo Matteo l’ha fatto, è venuto prima della colazione, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Grazie di tutto”. E’ stato dolcissimo, proprio lui che avevo rimproverato bruscamente alle scogliere di Moher perché non era con gli altri e  non sapevo come rintracciarlo. Non aveva neanche la voce per replicare quel giorno, e a testa bassa ha subìto le mie grida, mortificato. Credevo che ero stata io a dargli una lezione, invece è stata lui a darla  a me.

Cosa ho imparato da questa esperienza? Beh, tante cose.

Anzitutto che ho serie difficoltà a contare fino a 16.  Poi che le dipendenze sono sempre in agguato, e si può diventare schiavi persino di un succo d’arancia dal retrogusto amaro di nome Kulana.  Ma soprattutto,  come ha detto uno di voi parlando della timidezza durante uno dei momenti più toccanti del soggiorno, ho imparato che,  se si decide di giocare una partita, c’è il rischio di perderla. Però,  se neanche si entra in campo per provarci beh… si perde già in partenza.  Io non so se ho vinto o perso la mia gara, se c’era un arbitro , non conosco neanche i colori delle casacche vestite dai giocatori. Quel che so – e lo dico davvero –  è che sono contenta di esser scesa in campo.

A GRANDE RICHIESTA: Il video con l’intervista doppia Valerio vs Martin

E’ possibile scaricare la versione pdf del  GalwayNews  da questo link:GALWAY NEWS 2012

Grazie Ragazzi.

Romina

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