L’intervista – MARINA PIAZZA

La sociologa e scrittrice racconta l’età matura, inoltrandosi nella nonnità e nei cambiamenti del corpo

“Vecchia sì, adulta mai”: è questo il messaggio che lancia Marina Piazza, sociologa e scrittrice che ha dedicato la sua vita alla ricerca sulla condizione delle donne. Come attivista del movimento femminista ha lottato perché le donne potessero vivere liberamente la propria sessualità. Esperta per l’Italia della rete UE sulla conciliazione tra lavoro professionale e lavoro familiare, è stata anche Presidente della Commissione Nazionale “Pari Opportunità”. Oggi è una nonna che si dimena tra l’amore assoluto verso i suoi nipoti, e gli impegni verso una tematica, quella degli studi di genere, che troppo spesso cade nell’oblio. Come scrittrice ha pubblicato Le ragazze di cinquant’anni. Amori, lavori, famiglie e nuove libertà (Mondadori, 2009), poi il libro Le trentenni. Progetti di vita e di lavoro (Mondadori, 2003), successivamente Un po’ di tempo per me. Ritrovare se stessi, vivere meglio (Mondadori, 2005), Attacco alla maternità (Nuova Dimensione, 2009), ed ora L’età in più (Ghena, 2012), in cui racconta la vita delle settantenni.  Marina Piazza è una donna simpatica e grintosa, che si offende quando, appena salita in metro, qualcuno si è affrettato a cederle il posto… “Perché? Non ho i capelli bianchi (certo, li tingo), né la schiena curva e nemmeno il bastone, sono vestita da giovane signora, eppure mi hanno riconosciuta immediatamente come vecchia!”

Se dovesse definire se stessa quale parola userebbe: donna, anziana, vecchia, signora?  Utilizzerei donna. Invece tra anziana, vecchia e signora preferirei vecchia. O in alternativa una vecchia signora.

“L’età in più” è un libro che scrive per suo nipote, per far sì che lui, da grande, capisca quanto è stato importante nella vita di sua nonna. E’ stata per lei una liberazione dare alle stampe questo volume?  Non una liberazione, ma una sfida. Anzi, una vera fatica. Perché mentre i precedenti libri erano più dei saggi, questo volume è un ibrido. Non si tratta di un’autobiografia, perché tento di mettere a punto riflessioni sull’inoltrarsi della vecchiaia, sull’invecchiamento. E lo faccio partendo da me, perché ho voluto tentare di capire che cosa succeda, realmente, in questa età della vita. E’ per questo che lo definisco un libro della notte, è fatto di tante riflessioni in fogli sparsi.  Ho tentato di mettere insieme la questione della nonnità, della vecchiaia, un po’ di squarci di autobiografia. Mentre cercavo di strutturare il libro mi sono un po’ spaventata, perché si trattava di un passaggio forte: implicava una contaminazione tra privato e pubblico, una sorta di atto di svelamento. Era come se avessi paura di non reggere l’immagine privata affiancata a quella pubblica che mi contraddistingue da anni. Però poi mi son detta che avevo il dovere di farlo, tutte noi abbiamo passato o stiamo passando questa fase della vita, ed è giusto parlarne. Non dico dare consigli, mi guarderei bene dal farlo, però è bene cercare di far emergere quali sono non solo le criticità, ma soprattutto le vitalità di questa “età”.

Proviamo a farlo insieme. Anzitutto: quali sono i sintomi della vecchiaia? Di certo non ci si sveglia all’improvviso di buon mattino e si dice: “Oilà sono vecchia!”. Mentre per i cinquant’anni, ad esempio, un indicatore simbolico c’è,  ovvero la menopausa,  nell’invecchiamento invece è come se, pian pianino,  si inizino a percepire delle fragilità. Fragile dal punto di vista fisico, perché si recupera con meno velocità. Ci sono dei dolori, il corpo si inizia a far sentire, soprattutto dal punto di vista psicologico: potranno anche essere  anni lunghi, ma sono comunque anni che ti avvicinano…

Da qualche parte verso la fine” per riprendere il titolo dell’ultimo capitolo del suo libro…. Esatto, ed è in questo momento che si inizia a pensare: “Ma io questo bambino, il mio nipotino, chissà fino a quanti anni lo vedo”. Potrei arrivare al compimento dei suoi diciotto anni, potrei non vederlo più tra dodici mesi… insomma, è un problema che inizia a porsi.

Qual è il segreto per non subire la vecchiaia? Il primo è quello di non svenderla nel tentativo di rimanere giovani. E’ come se la vecchiaia fosse definita dalla negazione, ed invece  negazione non è, e bisogna accettarla. Il secondo segreto invece è, nonostante la minaccia di un possibile orizzonte che si chiude, tentare di tenere l’orizzonte aperto, riempiendolo con progetti e desideri: un nipote, un’amica, un sogno da coronare, insomma, un punto di forza di vitalità. E lo so che non è semplice, perché le criticità sono molte, però io ho sempre sostenuto che il segno distintivo della vita delle donne, delle donne di ogni età, è l’ambivalenza, perché esse si muovono su più piani. Passano attraverso il lavoro familiare, l’attenzione, il lavoro professionale, sono sempre da più parti. E’ questa la ricchezza delle donne, che non si stempera nella vecchiaia, anzi, tutt’altro. Certo, è vero che questa fase della vita pone dinanzi molte più domande di quante possano essere le risposte. Ma bisogna continuare a porsi questi interrogativi.

Nel suo libro tocca anche il tema spinoso della precarietà, una condizione che, a suo dire, non si limita soltanto al mondo giovanile ma può contaminare persino la sua generazione. Non le sembra un po’ inverosimile? E’ innegabile che spesso le donne a questa età sono in pensione. Tuttavia io faccio riferimento ad amiche che fanno il mio stesso lavoro di ricerca, di formazione sulla tematiche femminili, e posso dire che oggi sono in difficoltà. E’ per questo che affermo che una ricercatrice con partita Iva, seppur della mia età, in qualche modo si trova a vivere la stessa precarietà dei giovani. Detto questo so che c’è un abisso:  noi la nostra vita l’abbiamo vissuta in un momento in cui il futuro non era visto come una minaccia, c’era lavoro, c’era la speranza di andare avanti.  Oggi invece le giovani donne sono in una situazione molto più chiusa e drammatica.

Esiste un patto tra generazioni? Credo che le generazioni precedenti non abbiamo così tanto da insegnare, da trasmettere ai giovani, perché le condizioni di vita sono troppo diverse. A mio avviso ogni generazione deve trovare la propria strada. Come  noi donne del femminismo, a quel tempo ci siamo contrapposte alla questione dell’emancipazione, perché siamo partite dal sé per affermare un confronto, vale a dire il fatto che le donne erano un soggetto a tutti gli effetti; così probabilmente le ragazze di oggi, in una situazione molto diversa dalla nostra, devono dare altre risposte, e devono essere loro a trovarle.

Non è un paese per vecchi è il titolo di un libro reso celebre dal film dei fratelli Coen uscito nel 2007, è un’affermazione valida ancor oggi secondo lei? Direi che questo non è un paese per nessuno.  Non è un paese per giovani, e non è un paese per vecchi, perché fin quando si riesce a cavarsela da solo si possono anche avere delle possibilità e venire accettati.  Ma quando si inizia ad entrare in una situazione di non autosufficienza, psichica o fisica, diventa tutto molto più complicato. Non ci sono servizi, non c’è assistenza, se si ha una famiglia alle spalle bene, altrimenti è molto difficile.

Vecchio sì adulto mai. E’ una frase di Sting che ha riportato nel suo libro. E’ questo il messaggio che si cela dietro “L’età in più”? Ho citato questa frase perché mi è subito risuonata dentro quando l’ho letta. E’ come dire sono vecchio e l’accetto, ma sono aperto alle possibilità della vita. 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Ottobre del mensile 50&Più.

Disponibile in versione pdf: Marina Piazza – Intervista 50&Più – Ottobre 2012

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