AFGHANISTAN, la conquista di un futuro in una società tradizionale (3° PARTE)

afghanistan negozianteMah Gul aveva venti anni, è stata decapitata un pomeriggio della prima decade di ottobre dai familiari del marito, perché si era rifiutata di prostituirsi.LarisaWazivi invece di anni ne ha ventidue, studia legge all’università di Herat e vuole diventare giornalista.  YasaminiJahed, ventitreenne, insegna matematica,  ha un figlio di tre anni e sogna per lui un “green country” in cui crescere e studiare.

La condizione femminile in Afghanistan è in continua evoluzione. Oggi le donne siedono in Parlamento, sono a capo di Dipartimenti Provinciali, possono lavorare al di fuori delle mura domestiche e frequentare scuole e università. Purtroppo però i diritti acquisiti sulla carta non sono ancora appannaggio di tutte, anche se le eccellenze non mancano.

capoaffarisocialiUna di queste è Maria Bashir, procuratore capo di Herat, una donna coraggiosa e orgogliosa del suo ruolo, nonostante le minacce che spesso riceve. “Per me è importante fare da esempio per tutte le donne di questo paese – racconta – e sono fiera di essere un giudice imparziale per tutti, uomini e donne”.

Per incrementare l’occupazione si sta lavorando molto ad Herat, nei dipartimenti provinciali. “La possibilità di cercare lavoro – racconta MahboobaJamshidi, a capo del Dipartimento Affari Femminili – non si traduce automaticamente con l’aumento delle donne occupate, perché a monte c’è una mentalità difficile da combattere. Il nostro obiettivo è portare dal 15% al 30% la percentuale di donne che producano un reddito, cercando le soluzioni più adatte a loro”.

Grazie al lavoro del dipartimento, con il supporto degli italiani, è nato il Woman Social Center, una sorta di centro commerciale che mette insieme in un unico edificio negozi gestiti da donne, una palestra femminile e  una sala convegni. Perché creare uno spazio condiviso dove vendere e fare acquisti in modo riservato, familiare e in una struttura dove si possono portare anche i propri figli, è una delle chiavi vincenti per incentivare il lavoro, e convincere le famiglie che anche l’occupazione della donna è un’attività meritevole. Oltre alle attività legate all’artigianato, al commercio e alla sartoria, una delle professioni oggi sempre più ambita è il giornalismo. afghanistan somia

Nell’ottobre scorso, grazie ai fondi di un imprenditore locale, quindici ragazze, già professioniste dell’informazione, hanno dato vita alla prima emittente afghana interamente gestita da donne, Radio Sharzat. “Il nome prende spunto da Sherazade delle Mille e una Notte, che con le sue storie salvò la sua vita e quella di altre donne – racconta la direttrice SomiaRamish, sui trent’anni, il capo coperto da un velo colorato che lascia intravedere i capelli e un sorriso coinvolgente – oggi noi raccontiamo esperienze, facciamo informazione e cerchiamo di condividere emozioni, pensieri, ragionamenti politici; e la più grande soddisfazione sono le donne che ci chiamano da casa per parlare delle loro vite con noi”.

In radio arrivano ogni giorno almeno una decina di richieste di lavoro, da altre donne che vorrebbero seguire quell’ esempio, e che chiedono consigli su come affrontare una professione prima impensabile al femminile.

“Prima ci si laureava in giornalismo e forse, al massimo, si riusciva ad insegnare – ricorda Somia – ora anche i colleghi uomini non ci guardano più come un fenomeno, ma semplicemente come professioniste”.

Una consapevolezza di sé e dei propri diritti che purtroppo non può ancora essere data per scontata. In Afghanistan accade ancora che nei villaggi le donne possano essere “cedute” ad altre famiglie per riparare ad un’offesa o pagare un debito. E accade anche che possano essere condannate al carcere per essere scappate da casa, magari per sfuggire a violenze o a un matrimonio combinato.

Nei mercati, per strada, i burqa si vedono ancora, insieme ai khimar, lunghi veli neri o con stampe floreali dai toni scuri che ricoprono comunque da capo a piedi, lasciando scoperto solo il volto. Si usano anche nelle università, dove le ragazze studiano insieme ai ragazzi, ma siedono rigorosamente separati gli uni dagli altri. Qui studentesse e insegnanti raccontano volentieri il loro sogno: un paese finalmente pacificato, dove poter realizzare i propri desideri, senza matrimoni o divieti imposti da una tradizione difficile da cambiare.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

 

La seconda puntata del reportage è disponibile su: https://rominavinci.wordpress.com/2012/12/20/afghanistan-alla-scoperta-dei-villaggi-il-radicalismo-delle-tribu/

La prima puntata del reportage è disponibile su: https://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

 

 

2 thoughts on “AFGHANISTAN, la conquista di un futuro in una società tradizionale (3° PARTE)

  1. Pingback: AFGHANISTAN, un centro agricolo d’avanguardia a mezz’ora da Herat (5° PARTE) | ROMINAVINCI, IL BLOG

  2. Pingback: AFGHANISTAN, il peso del passato afgano nei ricordi dell’architetto Andrea Bruno (4° PARTE) | ROMINAVINCI, IL BLOG

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...