L’Aquila, la nuova piazza è un centro commerciale

L’INSOSTENIBILE BEFFA DELLA RICOSTRUZIONE –  Quattro anni dopo il terremoto non è cambiato nulla, i giovani scappano (REPORTAGE E FOTOGALLERY)

Via Cavour è transennata oggi, lo è dal 6 aprile 2009. E’ lì che Stefano passava molto del suo tempo, nell’appartamentino della sua ex, una studentessa dell’Aquila. Stefano è fermo, dinanzi a quelle transenne, chiede di passare, vuole vedere quel luogo che ha fatto parte della sua quotidianità. Ma quel luogo non c’è più, quel quarto piano è stato scoperchiato una fredda notte di quattro anni fa, e la ferita é ancora aperta.

“E’ difficile spiegare a parole quel che è successo quella notte, immaginiamo la frattura di un foglio di carta proiettata alla terra. Uno strappo della terra lungo chilometri e a profondità di chilometri, un rumore indescrivibile”. Dalla voce di Stefano prendono vita scenari apocalittici: “C’è stata una fortissima ondata d’aria – racconta – noi correvamo, vedevo i lampioni ballare, alle nostre spalle crollavano pezzi di muro e venivano già palazzi”. Se c’e una cosa che non può dimenticare sono le grida: “Era ciò che non vedevo, urla di persone che non erano solo spavento, ma dolore. Mi hanno lasciato un senso di impotenza grandissimo”.

Dopo aver raggiunto il punto più largo della strada, la prima cosa che Stefano ha fatto è stato telefonare all’ospedale: “Sento delle urla, ci sono dei feriti, dicevo ma mi hanno risposto che non potevano fare nulla, perché anche lì era crollato tutto. Allora ho chiamato la Protezione Civile, chiedendo quale fosse il piano di evacuazione, e quali i punti di ritrovo previsti, ma neanche loro sapevano niente” . Così Stefano ha preso per mano la sua lei, e via, in una folle corsa per raggiungere un luogo aperto. “Ci abbiamo messo mezzora, forse qualcosa in più, per arrivare a Piazza Duomo. Abbiamo dovuto scavalcare le macerie dei palazzi. Con noi c’erano persone svestite, chi senza pantaloni, chi senza maglietta, chi scalzo”. Lì ci son volute quattro ore, trascorse al freddo e in balia delle continue scosse, prima che arrivassero i soccorsi. “Ricordo il rumore delle pale meccaniche per liberare la strada prima di farli arrivare “, sussurra.

A pochi metri dall’appartamento che Stefano ricorda come un luogo ameno, percorrendo Via Sallustio, c’è il palazzo in cui viveva un aquilano doc, Enzo Ragone, con i suoi anziani genitori ed i suoi due figli. Quella notte sono fuggiti in macchina, era parcheggiata di proposito davanti al portone. Anche la famiglia Ragone ha trascorso le interminabili ore a Piazza Duomo, e la loro auto era diventata una delle poche fonti di calore per gli anziani che lì erano confluiti. Oggi Enzo passa la maggior parte delle sue giornate a Coppito, ma continua a dire che non si sente a casa. E’ per questo che, ogni mattina, viene nella sua vecchia dimora: “La speranza che torni tutto come prima c’è sempre”, dice in tono sommesso, mentre apre il lucchetto permettendoci di accompagnarlo in questo giro della memoria.

Calcinacci, cassetti ed oggetti riversi sui letti, crepe sui muri, coltre di polvere sui mobili. La finestra della camera matrimoniale si affaccia su un palazzo distrutto, che rende irriconoscibile anche il perimetro delle stanze. E la triste conferma di un brutto pensiero che subito balza in mente: “Qui accanto ci son state vittime”, racconta. Nell’appartamento di Enzo tutto è fermo, in una solenne severità, quasi glaciale. Sembra che nessuno entri qui da tempo immemorabile, eppure lui con i suoi passi solca questi pavimenti ogni giorno. “Molti mi dicono che dovrei sistemare e portare via almeno gli oggetti cari – dice – ma dove li metto? E’ questo il loro posto, ed è giusto che qui rimangano”.

L’Aquila viene definita ormai una città fantasma. Il centro storico è fermo, ed il silenzio é interrotto soltanto dalle folate di vento o dai movimenti delle ruspe e delle gru, che fanno rimbombare una nenia di agghiacciante quiete. Al pranzo son aperti un paio di locali a ridosso di Piazza Duomo bastano e avanzano per fornire un pasto caldo alla schiera di manovali, uniche presenze nella zona rossa. Accanto al Duomo una gelateria temerariamente resiste, è GF Florida, dei fratelli Giuliani. Un’attività di tre generazioni, pietra miliare dell’Aquila che fu. “Le giornate sono lunghe – dice Rossella – é tutto fermo qui”. Ma tanti, troppi negozi, non ce l’hanno fatta a ripartire: “Ciò che fa rabbia è che non è stata calcolata l’emergenza lavoro, non c’è stata una presa di coscienza del danno alle aziende ed ai piccoli esercizi commerciali”: a tuonare tutto il suo disappunto è Emanuela, che nel 2007 insieme a suo marito aveva aperto un piccolo bar nel centro storico, ed oggi ancora si chiede quale sarà il suo futuro.

“C’erano 1.200 attività nella zona rossa e la maggior parte oggi son svanite”, racconta Patrizio Parisse, titolare del punto vendita Trussardi. Il suo negozio era un colosso che troneggiava a Palazzo Ciolina. “Son riuscito a recuperare la merce, ma il palazzo si è letteralmente aperto, sventrato, ci vorrà un ventennio, forse, per rivederlo com’era”. Così la decisione di spostarsi in periferia. “Abbiamo riaperto, nell’ottobre 2009, al centro commerciale L’Aquilone. La mia famiglia è tra quelle che erano state mandate sulla costa all’indomani del terremoto, ed io facevo 240 km al giorno, stavo sempre all’Aquila, la mia attività doveva ripartire subito”. Oggi ha riassorbito tutta la forza lavoro, otto dipendenti, e non solo. “Abbiamo aperto un secondo punto vendita, di un’altra griffe, e dopo due mesi ci è arrivato il controllo dell’ispettorato del lavoro. Ovviamente era tutto in regola,ma è questa la mano che ci ha teso lo Stato”.

Oggi il centro commerciale L’Aquilone è diventato il punto di riferimento della vita cittadina. Vi vengono i giovani, ed anche gli anziani, che qui passeggiano nel ricordo di quel che era e ormai non è più. Perché quel che manca davvero, all’Aquila e dintorni, è un centro di aggregazione. Lo spiegano bene le proprietarie del negozio Del Vecchio, anch’esso storica presenza nel cuore di Piazza Duomo ed oggi trapiantato nella nuova realtà artificiale dell’Aquilone. “Non ci siamo mai fermati, la voglia di rialzarci era troppo forte, adesso però ne risentiamo” . E non si parla solo di affari e di clientela ma di un qualcosa di ben più radicato: “I casi di depressione, in città, aumentano a menadito. La gente rivuole indietro quella quotidianità che ci é stata inesorabilmente tolta. Qui si vive una realtà apparente, ma la verità è che il nostro tessuto sociale è stato distrutto”.

I dati, del resto, parlando chiaro: cento giovani al mese lasciano L’Aquila secondo i rilievi dell’ufficio di statistica del Comune. “I miei studenti, molti di loro, vivono altrove – dice Sandro Cordeschi, professore di filosofia al liceo – ma voglio credere che non stiano dimenticando e che conservino in loro l’energia della memoria e della speranza”. Ma dimenticare è difficile, troppo, perché il ricordo è un boccone troppo amaro da mandare giù. Ed anche l’oblio si rivela una corazza tutt’altro che efficace. “Non ricordo niente di quella notte – racconta una studentessa che è ancora iscritta nell’ateneo del capoluogo abruzzese – a volte di notte mi assalgono crisi di panico, non riesco a dormire”. E le crisi aumentano, anno dopo anno, ogni volta che si avvicina la data del 6 Aprile. Son passati quattro anni ma il tempo, mai come in questo caso, non guarisce le ferite.

 Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato il 6 Aprile 2013, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/aquila-terremoto-scandalo#ixzz2Pm1expTz

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