La storia di Lucia – #nextstopbolivia

Martedì 2 Luglio 2013

….exploit! #nextstopbolivia ha avuto un’accelerata clamorosa, abbiamo superato i 1.600 euro, oltre l’80% della somma finale! Ecco qui i numeri (molto rapidamente): la mia pagina Kapipal è stata visitata 2.887 volte, 1.610 euro complessivi, pari all’80,5 % (a questi devo ancora aggiungere la donazione di Angela). Sono 69 i donatori ufficiali (ma in realtà sono di più, perché alcuni hanno donato insieme, altri su canali diversi che son convogliati lì insomma… per il numero preciso vi chiedo di attendere la fine della campagna, perché già faccio parecchia confusione con tutti questi dati, ho mandato in tilt anche un foglio Excel! )

Qualche giorno fa mi ha scritto Laura: insieme ad un’amica, sta preparando un ebook per insegnare italiano a stranieri. Non un libro di grammatica, ma una raccolta di testi con esercizi per l’autoapprendimento. Ebbene, dal momento che i testi li scrivono loro, è sempre in cerca di ispirazione e dice che #nextstopbolvia potrebbe essere un bel racconto, e vuole trarne ispirazione!

E poi, proprio qualche ora fa, è uscito un articolo in spagnolo, a firma di Angelo Maria D’Addesio che parla de la “Historia de Romina Vinci, emblemática y significativa!”

Insomma…si sta sviluppando un bel parlare intorno a questo progetto!

Questa sera però son particolarmente gasata perché, nel pomeriggio, a Roma, sono riuscita ad incontrare Lucia, la missionaria che ha vissuto tanti anni in Bolivia.

Che dire… già l’esordio è stato alquanto bizzarro. Avevamo appuntamento a Piazza della Repubblica, alle 19. Io ero lì, dieci minuti prima, intenta a scrutare le persone sperando di veder comparire una suora, ed invece si presenta questa donna, giovanile, con t-shirt, pantalone sportivo e zainetto sprint! Mi ha spiegato che sono missionarie laiche, hanno preso i voti ma non devono portare l’abito e, in teoria, potrebbero esercitare anche un’altra professione parallela. Insomma, son più libere!

Lucia non sapeva nulla di me, dell’esperienze pregresse, di Haiti, non era a conoscenza neppure della raccolta fondi. Quando le ho detto di aver raggiunto quota 1.500 euro mi ha risposto: “Hai molte persone che si fidano di te e del tuo lavoro..però!”

Siamo state un’oretta, forse poco meno insieme, ed è stato un incontro molto utile per me. Ha vissuto sette anni in Bolivia Lucia, e da tre è rientrata in Italia, ma continua a portare questo paese nel cuore.

Dopo aver ascoltato l’idea che ho in mente di sviluppare nel mio viaggio, per prima cosa anche lei, come Mario (n.d.r. per chi ha perso le puntate precedenti Mario Magarò è un giornalista freelance che ha vissuto due anni in Bolivia, ora si trova in Perù, ma si è offerto di aiutarmi nell’organizzazione del mio viaggio) mi ha invitato a ridurre l’itinerario, perché gli spostamenti sono molto complicati laggiù. E pensare che le ho proposto già un percorso più snello rispetto al mio originale (senza le zone del Nord, i dipartimenti del Beni e del Pando). Ma è ancora lungo a suo dire, e poco il tempo a mia disposizione. Viaggiare con i mezzi pubblici in Bolivia rappresenta, secondo Lucia, “un viaggio nel viaggio”, alcune strade sono bloccate perché si viaggia o in un senso o nell’altro, e quindi bisogna aspettare il “turno” di percorrenza. Spesso inoltre, vengono chiuse per i bloqueos , le proteste della popolazione che paralizzano tutto. Però non è detto… magari non becco nessuna protesta ed i miei trasbordi avvengono in maniera agevole e secondo la mia tabella di marcia!

Poi mi ha dato qualche consiglio pratico: dovrò stare attenta perché mi chiederanno i soldi e cercheranno di fregarmi in tutti i modi (ma ad Haiti ho avuto una bella palestra di vita da questo punto di vista), dovrò custodire gelosamente la mia borsa e valigia, perché potrebbero infilarmi qualcosa dentro e passerei guai seri (si riferiva al narcotraffico e sì…in effetti mi impegnerò a tenere gli occhi ancor più aperti).

Lucia mi ha detto che i temi che voglio approfondire sono validi e troverò materiale a volontà: il lavoro minorile, a partire da La Paz, passando per le miniere di Potosì ed arrivare a Montero. Mi ha consigliato anche la violenza domestica, il tema dell’aborto (che è vietato per legge in Bolivia), la migrazione verso oriente (dagli altipiani andini verso la mezzaluna fertile) che difficilmente si rivela un Eldorado e porta alla comparsa di micro-ghetti. Cautela però nel trattare il tema della coca, perché gli interessi in gioco sono alti (anche Mario mi aveva fatto lo stesso discorso). Io ci ho pensato, e l’unica chance potrebbe essere quella di contattare qualche giornalista locale che mi indirizzi in un filone di ricerca, perché ho approfondito la tematica delle piantagioni in questo periodo, però senza agganci “forti” sul territorio è difficile tirar fuori materiale interessante. Insomma…vedremo. L’unica cosa di cui si è raccomandata è quella di prestare attenzione e non mettere in mezzo il nome delle missionarie, perché ci potrebbero essere delle ritorsioni. Ma è l’ultima cosa che voglio, ci mancherebbe altro.

Loro hanno un centro a Montero, dove offrono anche assistenza sanitaria, ed ha detto che probabilmente potrebbero ospitarmi. Le ho parlato della mia indecisione se partire dalle Ande o concludervi il mio cammino, e mi ha consigliato di optare per la prima: giungere a La Paz e mantenermi Montero come ultima meta del mio viaggio ( e quindi prendere l’aereo di rientro a Santa Cruz).

Poi mi ha chiesto se soffro di pressione alta, perché La Paz non è un gioco (3.000 metri d’altezza), ma io non ho mai avuto problemi da questo punto di vista. Ecco poi l’argomento più spinoso: i vaccini.

Io sono già vaccinata a dovere (tetano, tifo, epatite, colera, malaria, tutti fatti per il viaggio ad Haiti) ma mi ha detto che in Bolivia è obbligatorio anche quello per la febbre gialla, e mi ha consigliato di farlo il prima possibile. Non che la notizia mi faccia sprizzare gioia da tutti i pori (ho il terrore delle siringhe, delle punture etc etc!) ma domattina chiamerò il centro di malattie infettive e per chiedere informazioni… così mi toglierò anche questo dente amaro!

Ma al di là di questi dettagli la chiacchierata con Lucia, mi ha convinto ancor di più di aver fatto la scelta giusta. Un’esperienza di vita da cogliere appieno, e che mi darà tanto.

Quando ci siamo salutate Lucia mi ha lasciato un libricino, scritto da lei, si chiama “Il Cuore in Bolivia”.

Ho iniziato a leggerlo in treno, e l’ho divorato. Son arrivata a destinazione mezzora dopo (mai una volta che Trenitalia si smentisse!), eppure il ritardo accumulato non mi ha per niente infastidito, perché io ero immersa in un altro mondo, quello de “Il Cuore in Bolivia”.

Vi regalo un racconto estrapolato da lì, son sicura che Lucia ne è contenta:

GENNAIO: UNA SEDIA PER ANA

IMG00799-20130703-2159Mai avrei immaginato che il futuro di una bambina, il suo legittimo sogno di diventare qualcuno (non è una battuta: perché all’anagrafe all’ufficio del lavoro molti boliviani non esistono), potesse essere legato alla possibilità o meno di disporre di una sedia.

In Italia è quasi scontato, dalla nascita in poi, passare dall’ultimo modello di passeggino “Chicco” al seggiolone, alla sediolina colorata dell’asilo (ideale però per poterci attaccare sotto il chewingum), alla poltrona ultracomoda del soggiorno (preferita anche dal gatto), a quella girevole degli uffici (per darsi più importanza), a quella del dondolo della nonna (se ancora esiste: piace tanto anche ai nipoti). Abbiamo mai pensato a quanto sono importanti le sedie, nella nostra esistenza? A come sanno accompagnarci nelle diverse fasi della vita?

Ma una sedia ‘normale’, semplice ed essenziale, a quattro zampe, di legno, non sapevo potesse valere oro, dovevo andare in Bolivia a scoprirlo.

“Non posso andare a scuola”, così mi ha detto Ana Cely quella mattina, intrufolandosi nella stanzina del servizio sociale del nostro Centro Medico, dove mi trovo spesso a lavorare. Una frase del genere, pronunciata da una bambina di dieci anni: a sentirla, si è quasi sicuri che si tratta della verità – quello che invece rimane da scoprire è il motivo per il quale Ana non poteva andare a scuola. Bisogna indagare, per capire se si tratta di una scusa qualunque, perché la mamma ha bisogno di Ana in casa, dove non c’è nessun altro che rimanga a badare ai fratellini più piccoli; oppure, perché non ci sono i soldi per comprare il quaderno e i libri; oppure perché tutte le magliette di Ana sono ormai bucate, e al collegio esigono invece l’uniforme tutta intera… Tutto questo e altro passava per la mia mente mentre la bambina, piuttosto sveglia, aggiunge subito: “Mi manca la sedia! I maestri mi hanno detto di portarla da casa, perché a scuola non ce ne sono di disponibili – ma noi a casa abbiamo solo due sedie, e anche quelle tutte rotte: ho detto loro che potevo stare seduta per terra durante le lezioni, ma mi hanno risposto che non è permesso dal regolamento. Il mio papà se ne è andato di casa già da tempo, non si sa dove sia; e la mamma guadagna appena per comprarci da mangiare, non ha proprio i soldi per comprare una sedia”. Dalla faccia triste di Ana, ormai prossima alle lacrime, capisco che non si tratta di una bugia alla Pinocchio – e di quanto ci tenga ad andare a scuola. La scuola è l’unica, la sola possibilità per abbondare la vita di strada, per avere la speranza di un futuro migliore. Niente sedia, niente scuola: niente scuola, niente futuro. Le rispondo: “Okay, ti faccio un regalo: però devi promettermi di fare la brava, e di studiare con impegno”.

Per far contento un bambino, in Italia , a volte ci si deve scervellare per pensare ai regali ultimo modello; per Ana Cely è bastata una sedia per farle “sfoderare” uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto. Cose dell’altro mondo? Forse. Ma se la felicità vale così poco, perché mai ci sono tante persone tristi sul pianeta Terra?

Lucia Catalano

Grazie di cuore a tutti e… stay tuned!

Romina

IL MIO PROGETTO:  http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

One thought on “La storia di Lucia – #nextstopbolivia

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