Cinque giorni a Cochabamba – #nextstopbolivia

…mi avevate lasciato a Potosì, colma di paura al pensiero di entrare nella miniera del Cerro Rico, eccomi di nuovo a scrivervi da Cochabamba, ed ho ufficialmente varcato la metà del mio viaggio. Già, perché ahimè il calendario parla chiaro, sono più i giorni e le città già viste e visitate che quelle che mancano. E’ iniziato, purtroppo, il countdown del rientro, e mi dispiace, mi dispiace un sacco. Perché ci vorrebbe molto più tempo, bisognerebbe penetrare a fondo in questa realtà così lontana dalla nostra. Mi piacerebbe potermi fermare uno, due giorni in ogni paesino / villaggio / conglomerato di case che incontro durante i miei trasbordi, mi piacerebbe sapere come vivono queste persone, com’è la loro routine quotidiana. Mi piacerebbe sapere se sono felici, perché sì, secondo me lo sono. E lo sono nonostante noi che con i nostri cellulari, il nostro internet, il nostro 4G siamo venuti ad aprire una finestra sul mondo, un mondo altro, opposto al loro.

Armonia: è questa la parola che associo di più a questo paese fino a questo momento.

Potosì mi ha conquistato, con la sua gente così dedita al lavoro, al sacrificio, disposta a stare con il picchetto in mano, per dodici ore, senza vedere la luce e con il respiro in affanno, pur di portare a casa qualche BOB (che sta per boliviano, la moneta di qui). Ed i bambini, con quegli occhi tristi e allegri allo stesso tempo. Tristi per un’esistenza difficile da vivere, e per quel cibo che sovente manca. Allegri per la loro innata voglia di vivere, e scoprire.

Anche Sucre è un piccolo gioiello, è la capitale costituzionale della Bolivia, ed è tutta bianca, in pieno stile coloniale. Perdersi all’interno del suo mercato è affascinante, ed ancora più bello è lasciarsi guidare dalle persone che sono sempre lì, pronte a tenderti una mano per indicarti il giusto cammino.

Cochabamba - Cristo de la Concordia  insieme a Marleny, Maria e Nadir

Cochabamba – Cristo de la Concordia insieme a Marleny, Maria e Nadir

Eccomi infine a Cochabamba. L’impatto a dire il vero non è stato dei migliori: venivo da un viaggio di dieci ore, in bus, senza riuscire a chiudere occhio. La strada è stata tutto il tempo dissestata, i tornanti molto più dei rettilinei, e c’è stato un momento di completo frastuono che ancora non so dire se sia realmente accaduto o se era solo un sogno. Rimarrò col dubbio credo, ma va bene così.

Arrivo a Cochabamba alle 4.15 di mattina, l’appuntamento è alle 7.30 e così io e Marleny a fatica prendiamo posto all’interno di un Terminal gremito neanche fossero le 6 di pomeriggio. E aspettiamo.

Marleny è una ragazza venezuelana: eravamo sedute vicino sul bus (pardon, si chiama flota qui!) e, ironia della sorte, eravamo dirette presso la stessa destinazione. Già, entrambe avevamo appuntamento alle 7.30, davanti al Punto Informazioni del Terminal, con Ramiro, il capo della Rete Tinku. Perché quando poi lo dico io che il mondo è piccolo, e c’è una sorta di alchimia che lega le persone…!

Durante la preparazione del mio viaggio, erano troppe le cose da fare e poco il tempo a disposizione, e così su molti aspetti ho tergiversato. Raccogliere qualche informazione su chi mi avrebbe ospitato, ad esempio… e così che, arrivata a Cochabamba, mi ritrovo dentro un centro sociale.

Non credo di aver mai messo piede in un centro sociale in vita mia, e non senza un perché.

Ramiro è un militante estremo, un Che Guevara dei giorni nostri (senza però la medesima radice) che parla di imperialismo, imperialismo, imperialismo, e riesce a riunire in piazza tantissima gente.

Insomma, diciamo che l’impatto non è stato dei più gradevoli, però devo ammettere che, anche l’esperienza nel centro sociale, mi è servita molto, perché mi ha dato l’opportunità di conoscere gli altri ragazzi ospiti del centro, per le più svariate motivazioni. C’era Marleny, appunto, e poi Nadir e Maria, entrambe di Montero. E poi Arturo, peruviano, che ha iniziato ad intraprendere un piccolo giro del mondo. Ana, francese, che pensava di venire in Bolivia per volontariato e si è ritrovata a fare dei graffiti sul muro del centro sociale. E infine Adams, da Bruxelles, che conosceva pochissime parole in spagnolo, ma era comunque in grado di tenere banco e di farci morire dal ridere. E poi c’era Andres, padrone di casa assieme a Ramiro ma molto meno estremista, è stato di un’ospitalità davvero grande, malgrado il centro, appunto, avesse molte/troppe pecche.

Piazza delle bandiere con Edson - Cochabamba

Piazza delle bandiere con Edson – Cochabamba

Dopo ho passato un giorno e mezzo da turista, insieme ad Edson, che mi è venuto a trovare direttamente da La Paz. Il viaggio in bus è di otto ore, normalmente, peccato che lui ne abbia impiegate… venti! Perché c’è stata una forte nevicata sulla Cumbre (così si chiamano le cime delle montagne) tutto era paralizzato, i sentieri interrotti e le strade impraticabili. Ovviamente a quell’altezza i cellulari non prendono, e così io ho dovuto adottare il motto dei Boliviani: “Hay que esperar” (C’è solo da aspettare), e alla fine è arrivato. Insomma, se non fosse stato il motivo scatenante di questo viaggio, potrei dire di voler scrivere un libro sull’avventura di Edson!

Ieri infine son riuscita, finalmente, ad incontrare Darìa, l’amica che mi avevano segnalato Antonio ed Eliana.

Darìa mi ha portato in giro, ieri e oggi, per il barrio 1 de Mayo. Si estende sulla collina di fronte a Cochabamba, ed è qui che sono venuti tutti gli emigrati dai paesini della campagna e del sud, per cercare fortuna. Darìa e la sua organizzazione hanno intrapreso un progetto bellissimo da oltre dieci anni. Hanno creato tantissimi gruppi di donne, che si riuniscono una volta a settimana ed imparano a cucire, a tessere, a ricamare. Molte di loro, grazie a questa opportunità sono riuscite a trovare lavoro, ed ora hanno una propria indipendenza. Ma soprattutto il gran pregio di questi incontri è il confronto che si instaura, l’aprire le loro menti capendo che c’è una realtà fuori le mura domestiche. C’è tanta violenza qui in Bolivia, soprattutto da parte dei mariti, spesso preda dell’alcol, ed ecco che progetti come questo hanno il merito di dar una voce a queste donne, di far uscire le loro storie, di aiutarle a vivere meglio. Mi ha molto emozionato la giornata di oggi, ho ancora impressi i volti e le voci che hanno scandito tutte le mie ore, in un continuo saliscendi mai così dissestato.

Mattinata insieme alle donne del gruppo 17 di Agosto

Mattinata insieme alle donne del gruppo 17 di Agosto

Nextstopbolivia prosegue. Domani sera partirò, alla volta di Montero. Poi Santa Cruz, e poi Samaipata. Ma il viaggio non finisce qui, forse aggiungerò qualche tappa, forse tornerò sui miei passi. Forse, forse. Ho deciso di vivere questi ultimi giorni, attimo per attimo, lasciandomi ancor più trasportare da questa terra che, da sola, ti indica il cammino

Romina

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