Al mercato o in miniera: piccoli ma grandi (2° PARTE – POPOLI)

A Potosì, il Cerro Rico ruba ancora l’infanzia a molti ragazzini, impiegati nell’estrazione di minerali in turni di 8-12 ore nel ventre della terra.  Sono alcuni degli 800mila bambini lavoratori del Paese

bolivia nats

Luis ha 10 anni e passeggia per la piazza di Montero con la sua cassettina di legno. Si avvicina a un uomo seduto su una panchina a leggere il giornale, e gli chiede qualcosa; il signore acconsente, lui si siede a terra, estrae un panno dalla cassetta, poi una spazzola, un barattolino di lucido e inizia a lustrargli le scarpe. L’uomo continua indisturbato nella sua lettura, quasi che quel bambino fosse invisibile.

Luis è uno dei tanti bambini lavoratori (spesso indicati, in tutto il mondo latinoamericano, come Nats, ovvero Niños, niñas y adolescentes trabajadores) che vive a Montero, una cittadina che a  meno di un’ora da Santa Cruz, polmone industriale della Bolivia. Luis guadagna tra i 20 e i 30 bolivianos al giorno (2-3 euro), e non torna mai a casa prima delle sette. La maggior parte del suo guadagno lo dà alla mamma, che deve badare a lui e ai suoi cinque fratelli: trattiene per sé il 10- 20% della cifra raccolta, «perché sto mettendo da parte un po’ di soldi per il mio futuro», dice, mostrando una maturità che quasi stona con i suoi dieci anni.

Diverse migliaia di chilometri più a ovest, su un piccolo molo dell’Isla del Sol (una meraviglia nel Lago di Titicaca, tra il Perù e la Bolivia, a 4mila metri sul livello del mare) Pablito accoglie i turisti che arrivano in barca e per 3 bolivianos li accompagna nella pensioncina gestita da sua mamma. Anche José, 9 anni, si guadagna da vivere più o meno allo stesso modo. Ogni mattina, alle 7 e mezza, si fa trovare alla stazione di Uyuni, aspetta i bus che arrivano da La Paz e cerca di accaparrarsi la simpatia dei turisti parlando un po’ di inglese. Il suo compito è quello di vendere tour alla scoperta del meraviglioso  Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande al mondo. Simón e Gabriela, invece, sono due fratellini di Sucre e passano le loro giornate nel cimitero della città. Tengono pulite le lapidi, cambiano l’acqua ai fiori, e ricevono piccole mance.

«Sono oltre 800mila i bambini e le bambine che lavorano in Bolivia, a fronte di una popolazione che supera di poco i 10 milioni di abitanti – riferisce Marcoluigi Corsi, responsabile Unicef -: le tipologie di impiego sono differenti, a seconda dei luoghi. Nelle regioni amazzoniche, ad esempio, i bambini vengono impiegati principalmente nelle piantagioni di canna da zucchero, di castagne o in quelle illegali di coca». Ma il lavoro più pericoloso in assoluto è quello nelle miniere, a Oruro e soprattutto a Potosì, dove il Cerro Rico, ruba ancora oggi l’infanzia di molti ragazzini, impiegandoli nell’estrazione dei minerali in turni di 8-12 ore nel ventre della terra. Come John, che si definisce un minatore esperto, dall’alto delle sue 12 candeline: lavora in miniera da tre anni, quando è subentrato al momento della morte del padre.

«Molti appartengono a famiglie povere e questo li obbliga già in tenera età a generare un proprio guadagno», spiega Tania Nava Burgoa, direttrice dell’ufficio Genero y Generacional del Municipio di La Paz. Nelle grandi città i piccoli lavoratori vendono caramelle, sigarette o giornali, lavano i vetri ai semafori, fanno i lustrascarpe oppure, sui minibus «gridano» la meta di destinazione, aiutando i passeggeri a salire e a scendere e riscuotendo il pedaggio.

Questi bambini che non vedono il lavoro come una negazione dei loro diritti, anzi,.  «Solo il 6% dei Nats ha lasciato la scuola a causa del lavoro – spiega Carlos Sotomayor, che, sempre a La Paz, dirige il settore Infanzia-; gli altri continuano a studiare e in classe si sentono leader, in quanto possono già vantare una piccola indipendenza economica». Come Janeth, che ha degli ottimi voti in matematica: «Faccio molta pratica. Ogni mattina vado con la mamma al mercato a vendere liquirizie e penne. Un lavoro che mi aiuta molto con le moltiplicazioni e le divisioni. I compiti? Li faccio alla sera».

Janeth e gli altri: piccoli grandi uomini e donne, cresciuti, forse, troppo in fretta.

Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2013 del mensile Popoli

Disponibile in pdf: Lucidare Stanca

One thought on “Al mercato o in miniera: piccoli ma grandi (2° PARTE – POPOLI)

  1. Ascoltiamo le parole di Romina. Ascoltiamole bene. Cerchiamo di capire quello che vogliono dire cinquecento anni di soprusi, di colonizzazione, di mercificazione delle risorse naturali in mano a poche lobby straniere. Ascoltiamo questo grido di dolore, che è anche un monito di speranza per chi vive sempre e comunque con un sorriso autentico sulle labbra. E’ il volto migliore di questo Continente.

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