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Perché la Bolivia? – #nextstopbolivia LA STORIA

… segue dalla prima puntata Tutto inizia così  [...]

250px-CorcovadofotoRJIn un primo momento fu il Brasile. L’evento che avevo intenzione di “coprire” (perché così si dice nel gergo giornalistico) era la Giornata Mondiale della Gioventù, in programma a Rio de Janeiro l’ultima settimana di luglio. Un rapido giro di mail perlustrativo alle varie redazioni però era bastato per farmi rendere conto che, quel tipo di manifestazione, non era pane per i freelance. Papa Francesco infatti porterà una nutrita schiera di giornalisti vaticanisti al suo seguito, ed i giornali interessati ad una visione un po’ più laica beh…diciamo che volgeranno lo sguardo altrove. E poi caspita, il portoghese! Perché diamine dovevo scegliere l’unico paese dell’America Latina in cui avrei avuto difficoltà con la lingua, e mi sarei dovuta appellare ad un interprete? Che poi io i soldi per pagare l’interprete non ce l’ho, si sa, e così rischiavo di dover fare un “Haiti Bis”, affidando tutte le comunicazioni ai gesti, e dando vita ad una schiera senza fine di fraintendimenti.

No, è deciso: avevo bisogno di un paese ispanofono. Sì, ma quale? Se fosse dipeso da me avrei percorso a ritroso tutti i luoghi dei “Diari di motocicletta” di cheguevariana memoria, ma per farlo erano necessari anni, ed io invece a disposizione ho solo un mese, sei settimane al massimo. Un Paese, avrei dovuto scegliere solo una nazione. E così, nel mentre gli occhi vagavano sul planisfero posizionato di fianco al letto, ed io estasiata da quel moto non riuscivo a bloccare lo sguardo su una singola località, ho deciso di chiedere consiglio ad un grande esperto in materia. Angelo Maria D’Addesio è un caro amico, e il suo blog Grande Sud è stato, per anni, punto di riferimento per gli addetti ai lavori e per gli appassionati di America Latina. Con Angelo facciamo lunghe chiacchierate, pardon chattate, di sera, fino a notte inoltrata. Ci accomunano i sogni, la passione per un mestiere che da sola non basta a sopravvivere. Entrambi, stretti nel limbo tra dovere e piacere, lottando per far sì che essi coincidano.

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“Se sei alla ricerca di un Paese da raccontare ti direi, a occhi chiusi, la Bolivia. Giornalisticamente forse ti rende poco, ma umanamente, storicamente, etnicamente e culturalmente la Bolivia è qualcosa di straordinario”, mi dice.

“Mi sto lasciando alle spalle un periodo un po’ triste, ed è proprio un’esperienza di vita molto forte quella di cui ho bisogno”, rispondo io.

“Dai un’occhiata ai reportage di Diletta Varlese, capirai”, incalza lui.

Così ho fatto una ricerca sul web, e mi sono imbattuta nel documentario “Fiamme sulle Ande”, prodotto per Rainews24 nel 2008. Cinque minuti di video sono bastati per farmi capire che quella era la scelta giusta da fare.

Angelo mi ha raccontato la storia di Diletta, che definisce la più grande giornalista che abbia mai conosciuto. Lei è stata tanto tempo in Bolivia, da qualche anno è tornata a casa, vicino Brescia, ed ha dato un’altra piega alla sua vita. Ho provato a contattare Diletta un paio di volte in quest’ultimo mese, avrei avuto piacere di sentirla e conoscerla, ma non mi ha mai risposto. Rispetto il suo silenzio, anche se mi auguro, un giorno, che lei sappia quanto io abbia apprezzato i suoi articoli ed i suoi documentari.

Ecco dunque come nasce il mio viaggio in Bolivia: con il planisfero davanti agli occhi ed il consiglio di un buon amico. Chissà, forse qualcuno si sarebbe aspettato delle motivazioni eccelse, anni di studio alle spalle, ma chi mi conosce sa che c’è sempre una grande dose di imprevidenza a far da leva sulle mie decisioni.

“Tu hai l’incoscienza del coraggio e la curiosità dei bambini”, mi ha detto qualche tempo fa Sara, guardandomi dall’altro capo della scrivania, ed io ho sorriso a quelle parole. Del resto, se mi guardo dietro, mi accorgo che gran parte delle scelte le ho prese così, senza pensarci poi troppo, lasciandomi trasportare dagli eventi. Così successe anche alla fine del 2008 quando, nel compilare la domanda per un tirocinio negli Stati Uniti, scelsi come meta Chicago, perché avevo fatto mio lo YesWeCan di Obama (a quel tempo era un uomo di colore in piena campagna elettorale che aspirava alla Casabianca), e volevo avvicinarmi a lui. Ma avevo fatto male i conti e così, quando io arrivo nella windy city, Barack si è già trasferito a Washington, da dieci giorni.

Diciamolo pure, la tempestività spesso mi dà le spalle, ma chissà….

 continua…

IL MIO PROGETTO-http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

#nextstopbolivia LA STORIA – Tutte le puntate

1° PUNTATA -  …tutto inizia così https://rominavinci.wordpress.com/2013/06/10/nextstopbolivia-tutto-inizia-cosi/

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CHICAGO/LO SPETTACOLO DI BALIANI ALL’ISTITUTO DI CULTURA/“Pinocchio nero. Diario di un viaggio teatrale”

Teatro da usare, non da contemplare. All’Istituto Italiano di Cultura di Chicago Marco Baliani presenta Pinocchio Nero. Diario di un viaggio teatrale:  uno spettacolo corale  di danza-teatro,  realizzato in Kenya,  all’interno di un progetto di recupero dei ragazzi di strada di Nairobi. Una video-proiezione che ripercorre  i due anni di lavoro che, dal 2002 al 2004, hanno permesso a venti giovani di svestire i panni di chokora -ragazzi di strada – per indossare quelli di attori. Attori testimoni delle proprie vite.

Grazie alla collaborazione di Amref  (African Medical and Research Foundation) Marco Baliani è entrato negli slum, quartieri di baracche e immondizia che rappresentano il volto nero della Nairobi blindata dei ricchi.  Sono stati selezionati venti ragazzi che hanno accettato di intraprendere questa avventura teatrale attratti solo dalla prospettiva di un pasto decente al giorno. Concetti quale arte, cultura, musica non arrivano in quei posti in cui bisogna pensare a sopravvivere  prima che a vivere. Nessuno di loro aveva un documento, nessuno un’identità che gli permetta di essere qualcuno fuori dello slum.

Applicando le tecniche basilari ed elementari del teatro Baliani riesce, a poco a poco, a comunicare con questi ragazzi, malgrado la barriera linguistica. Riesce a far prendere loro consapevolezza del proprio corpo, un corpo fino ad allora abituato a subire, più che a essere. Dopo tanta diffidenza i ragazzi iniziano a cedere agli abbracci, forma di contatto estranea a chi è cresciuto in una terra avida di carezze. E si raccontano: in fila, uno a uno, scoprono le loro cicatrici, ferite fatte carne, segni indelebili di una vita troppo dura. Acquistano la voce, anche. I chokora non hanno voce, il linguaggio della strada è nudo, crudo, e senza suoni. Ma Baliani  li sprona a urlare la loro rabbia, la loro disperazione, e man a mano le grida iniziali si trasformano in melodie.

Ed ecco che arriva la fiaba:  Pinocchio. Rileggere Collodi con occhi diversi, Pinocchio nero, appunto.
Anche Pinocchio era un ragazzo di strada. Questi ragazzi si identificano nella storia del burattino di legno fatto uomo. Diffidano della figura della fatina, nella loro coscienza collettiva non c’è spazio per personaggi buoni femminili. Amano invece Geppetto: quel papà che dà tutto se stesso per il bene del proprio figlio, così tremendamente distante dalla loro figura di padre, assente perché o morto ammazzato, o in prigione, o alcolizzato, o  in strada a sniffare colla.

Pinocchio nero nasce così, dal nulla apparentemente. Partorisce dall’interno. E’ un mezzo che permette a questi chokora di raccontare se stessi. E’ un sentiero impervio e tortuoso da percorrere, ma loro prendono per mano il burattino di legno, e dai movimenti legnosi iniziali ecco che nasce una danza di metamorfosi.
Le prime rappresentazioni  pubbliche di Pinocchio Nero ottengono grande successo tra la gente delle baraccopoli: nello slum questi piccoli attori diventano famosi e suscitano curiosità ed ammirazione tra gli altri ragazzi di strada. Attirano anche l’interesse dei mass media e così, con Amref, si decide di portare lo spettacolo in Italia, dove confezionerà consensi e successi.

da sin. Maria Maglietta, compagna collaboratrice del regista-attore, Tina Cervone, direttrice dell’Istituto di Cultura di Chicago e Marco Baliani

Per il viaggio questi piccoli grandi Pinocchi vengono muniti di passaporto, simbolo – indelebile – di una identità ufficiale finalmente raggiunta.   La dignità di possedere un nome, di urlare il proprio nome e cognome, e di riuscire a raccontarsi. Questi ex chokora ce l’hanno fatta, testimoniando che il cambiamento è possibile. Quando fantasia e realtà si prendono per mano: portare in scena la favola di Pinocchio per simboleggiare la trasformazione di questi tragici burattini in bambini veri.

Romina Vinci
Pubblicato il 10 Maggio 2009, su America Oggi
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L’INTERVISTA Il desiderio di spingersi verso l’ignoto

Andrea Vogler e Arturo Vittori nel prototipo Esquel

Alzi la mano chi, almeno una volta nella sua vita, non ha detto “Da grande voglio fare l’astronauta”. E lo ha sussurato da bambino magari, mentre guardava il cielo con il naso all’insù, e si è immaginato, per un attimo,  trasportato in un altro mondo. E poi ce quell’uno su mille che ce la fa, ed astronauta lo diventa davvero. Ma c’è anche chi  continua a vivere con i piedi ben saldati a terra, eppure non vuole perdere quella capacità di creare visioni. Come l’architetto Arturo Vittori.

Arturo è fratello dell’astronauta ESA (European Space Agency) Roberto Vittori, ma la passione per il volo e lo spazio è cresciuta in lui autonomamente, fin da quando era piccolo. Ed è maturata attraverso una serie di collaborazioni professionali, soprattutto in Francia e in Inghilterra, che gli ha permesso di acquisire una ricca esperienza in diversi ambiti progettuali. Nel 2002, quando ancora è manager del Cabin Design presso Airbus, a Tolosa, incontra in Olanda, durante un convegno, l’architetto svizzero Andreas Vogler, ed è subito chiara in entrambi la consapevolezza di nutrire interessi comuni: la passione per l’esplorazione spaziale, ma anche l’interesse per la salvaguardia del pianeta, la bellezza della natura, l’interazione con la tecnologia. Nasce così il team di ricerca in architettura e design Architecture and Vision .

Il progetto è ambizioso: intervenire sull’ambiente per migliorare la qualità della vita. Sembra utopia, può divenire realtà?

“Si tratta di progetti visionari, è vero, ma noi crediamo che l’architettura al giorno d’oggi abbia più che mai bisogno di visioni. E’ anche per questo motivo che abbiamo scelto questo nome. Il nostro obiettivo è portare queste visioni ad una realizzazione, in alcuni casi già ci siamo riusciti”.

From Pyramids to Spacecraft è il titolo della vostra mostra. Due antipodi a confronto, il passaggio dalla staticità alla dinamicità: è questa una possibile chiave di lettura che lega i progetti esposti?

“Abbiamo scelto questo titolo per evocare la storia dell’evoluzione umana, ma non solo. Nell’antico Egitto le Piramidi esprimevano una volontà di permanenza  e di grandezza, forse anche di sfida a spingersi verso l’ignoto. Sono passati secoli, millenni, eppure questo desiderio è rimasto immutato. Architettura e fisica hanno lavorato insieme per realizzare edifici sempre più ambiziosi, alti, leggeri, proprio per l’aspirazione dell’uomo di arrivare a toccare il cielo. Un secolo fa, grazie ai progressi dell’aeronautica, siamo riusciti a volare. Cinquanta anni fa ha avuto inizio l’esplorazione spaziale, che ha fatto passi da gigante. I vettori spaziali rappresentano solo l’ultimo – per ora – stadio di un percorso che ha permesso di realizzare un sogno che sembra quasi rappresentare la costante volontà di superare se stesso”.

I lavori del vostro team sono già esposti al MoMA di New York e al Museum of Science and Industry di Chicago. Ora l’ennesimo traguardo: cosa rappresenta per un architetto italiano inaugurare una mostra personale a Chicago?

“Una grande soddisfazione: Chicago è la città che rappresenta l’architettura moderna,  il paese in cui sono stati costruiti i primi grattacieli”.

Una vittoria però, che ha anche un po’ il sapore della sconfitta, il risentimento per non aver trovato in Italia lo stesso spazio?

“Il punto è che i progetti che noi proponiamo sono più comprensibili in una civiltà abituata all’innovazione e alla novità, come quella americana, piuttosto che in un territorio, quello italiano, fortemente ancorato alla tradizione. Sradicare alcuni stereotipi è difficile, ma io spero che iniziare questo percorso a Chicago possa aiutare a realizzare eventi simili anche in Italia”.

Eppure nei tuoi lavori l’interesse verso la  madrepatria si percepisce. Quanto influisce il peso delle radici sulle tue opere?

“Sono nato e cresciuto a Bomarzo, un paesino dell’alto Lazio, nel viterbese, famoso per il suo Parco dei Mostri. Questo parco ha influenzato moltissimo il mio lavoro: è qui, ad esempio, nella Torre Pendente, da bambino ho compreso l’esistenza della forza di gravità.La Tusciaè una zona geografica di assoluto interesse artistico, culturale e architettonico, ed è un onore per me poterne divulgare il valore anche oltre i  confini nazionali”.

Nel 2032 sono previste missioni dell’uomo su Marte. Come sarà il mondo nel 2032 secondo la visione di Architecture and Vision

“Mi auguro che ci saranno mezzi di trasporto più consoni alle problematiche del nostro pianeta. Veicoli, ma anche edifici, che invece di inquinare apportino qualcosa in più al paesaggio che li circonda, che contribuiscano a sviluppare le risorse, anziché consumarle”.

In quale parte del mondo, pardon dello spazio, si immagina Arturo Vittori nel 2032?

“A Chicago e a Viterbo allo stesso tempo: passeggiando nel Millenium Park e leggendo un libro a Bomarzo”.

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2009, su America Oggi

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EVENTI/ MOSTRE / L’architettura incontra la visione

Da sinistra: Andreas Vogler, Tina Cervone, Paola Antonelli, Giambattista Mondada, Arturo Vittori e Alessandro Motta.

Tende per il deserto che sfruttano le condizioni termiche locali, “alberi” tecnologici capaci di ripulire l’aria inquinata, creando piccole oasi nel mezzo del traffico metropolitano, laboratori mobili per l’esplorazione della Luna e di Marte: sono solo alcuni dei progetti dello studio di architettura e design “Architecture and Vision” – fondato dall’architetto italiano Arturo Vittori e dall’architetto svizzero Andreas Vogler – esposti presso l’Istituto italiano di Cultura di Chicago. From Pyramids to Spacecraft: questo il titolo della mostra inaugurata l’11 marzo e che per sei settimane (fino al 24 aprile) offrirà la possibilità di riflettere su cosa succede quando l’architettura si incontra con la visione.

La direttrice dell’Istituto, Tina Cervone, che ha aperto l’inaugurazione, si è detta onorata di ospitare “un evento che unisce scienza e creatività, un incontro basato sul prezioso apprezzamento del valore delle risorse come acqua, energia, cibo e aria”. Numerose le persone intervenute all’inaugurazione, presenti anche il Console Generale d’Italia a Chicago Alessandro Motta e il Console Svizzero Giambattista Mondada. Ospite d’eccezione Paola Antonelli, Senior Curator del Museum of Modern Art di New York. Tra i maggiori esperti internazionali di design Antonelli, durante il suo intervento, ha ricordato il suo incontro con Vittori e Vogler, legato proprio a uno dei progetti del team, DesertSteal. Elegante, funzionale, realistico, sensibile alle esigenze della popolazione locale: sono queste le qualità che, ai suoi occhi, hanno reso il prototipo di tenda per il deserto un progetto ideale per essere inserito nella collezione permanente del MoMA.

La mostra presenta una selezione di 14 progetti, ciascuno spiegato e illustrato con pannelli, modelli in scala, ma anche prototipi in scala reale. Come Esquel, il primo prototipo di una serie di elementi scultorei per arredamento, realizzati in collaborazione con SelfGroup che grazie ad una tecnologia innovativa coperta da brevetto, sono in grado di variare in temperatura. In mostra anche il modello, in scala, di MarsCruiserOne, il veicolo-laboratorio pressurizzato per l’esplorazione di Marte che è stato già esposto al Centre George Pompidou, a Parigi, durante la mostra Airs de Paris, e in varie altre occasioni, riscuotendo notevole interesse. E poi MoonBaseTwo un laboratorio lunare che peraltro è già parte della collezione del Museum of Science and Industry di Chicago, o ancoraMercuryHouseOne, prodotta dalla GVM e attualmente in fase di costruzione. Interesse per lo spazio dunque, ma non solo. Il team di ricerca Architecture and Vision infatti sviluppa progetti anche per i centri abitati, come AirTree, sculture urbane che uniscono natura e tecnologia in risposta all’inquinamento delle grandi città. Osservando i progetti si percepisce anche un forte legame con la madrepatria, l’Italia per Vittori, particolarmente testimoniato dal progetto Fiore del Cielo vincitore del recente concorso per la costruzione della macchina di Santa Rosa a Viterbo, e il cui modello in scala è stato realizzato grazie al supporto di studenti del suo corso presso l’Illinois Institute of Technology di Chicago. Prossima tappa della mostra San Francisco, a Swissnex, dal 30 aprile al 20 maggio.

Il “fiore del cielo” a Viterbo

Fiore del Cielo è il progetto con cui Architecture and Vision ha recentemente vinto il concorso, indetto dal Comune di Viterbo, per la realizzazione della macchina di Santa Rosa: una “torre” alta 30 metri e con un peso di 5 tonnellate che, il 3 settembre di ogni anno, in occasione della festa della santa patrona, attraversa le vie del borgo di Viterbo, sollevata da 100 uomini. Arturo Vittori ricorda di essere rimasto impressionato proprio dalla forza e dal coraggio di questi facchini, vestiti di bianco e con una cintura rossa in vita,  quando da bambino, seduto sulle spalle del papà, assistette per la prima volta alla festa, ed è allora che è nato in lui il desiderio di progettare la macchina. Fiore del cielo rappresenta un sogno nel cassetto che si realizza, “una macchina che attinge alle radici e alla storia di una tradizione centenaria, ma allo stesso tempo ricca di elementi di innovazione”. Come la cascata di petali di rosa ad esempio, una soluzione studiata per ottenere l’interazione con il pubblico.

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/03/16/1851-eventi-mostre-l-architettura-incontra-la-visione

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Un’Italiana a Chicago – CHAPTER ONE

Cari amici, care amiche,

è giunta finalmente l’ora di darvi mie notizie. Mi scuso per le risposte non date, per le richieste non esaudite, per i dettagli non forniti finora, ma qui è tutto così così così…IRREALE, che anche fermarsi, dieci minuti, a scrivere per cercare di contestualizzare beh, non è un’impresa di  poco conto.

Vi scrivo infatti dal salotto del mio apartment, sdraiata sul caro divano minimal black che ormai considero la mia seconda pelle, visto che l’ho adibito anche a letto. E vi scrivo dal diciassettesimo piano di un grattacielo che si affaccia sulla via più “in” di Chicago, nientepopodimeno che di fronte al mio posto di lavoro!

Come sono riuscita a trovare questa sistemazione? Beh! Colpo di fortuna,non posso definirlo altrimenti. Anche perché pago 100 $ a settimana,  e con 100 $ a settimana ho anche palestra, piscina e idromassaggio gratis. All’ultimo piano del grattacielo, il trentatreesimo per l’esattezza.  Ogni giorno dopo il lavoro, verso le 18.30 – 19,  salgo su, armata solo di mp3, ed inizio la mia seduta di fitness. Salgo sul tapis roulant, lo programmo, ed inizio a camminare, camminare sempre più velocemente, fino a correre. E mentre corro davanti a me brulicano i grattacieli. Alcuni devo abbassare lo sguardo per vederli, e sembrano piccoli. Del resto avranno solo venti piani. Altri invece riesco a scorgerli, seppur in lontananza, perché si innalzano in tutta la loro maestosità. Come la John Hancock Tower ad esempio, oltre cento piani, uno degli edifici più alti al mondo. Già, io corro e di fronte a me c’è uno degli edifici più alti del mondo. Che scarica di adrenalina ragazzi.

Vivo con una ragazza cinese, si chiama Min. Vivere con una cinese è strano, a tratti divertente, a tratti grottesco. Tipo il primo giorno quando, arrivata l’ora di cena, ho dovuto mettere a soqquadro la cucina per cercare un qualcosa che vagamente somigliasse a delle posate. Già, perché lei usa solo le bacchette, e quando, dizionarietto  alla mano, sono riuscita a chiederle un coltello, I’m looking for a knife le ho detto beh, lei mi ha dato quello per tagliare il pane! Insomma, quanto son strani questi cinesi! E poi sono tutti uguali! Quando cammino per strada mi sembra di vedere una, cinque, dieci, venti Min. L’altra sera al supermercato mi è sembrato di vederla passare con il carrello mezzo vuoto vicino il reparto ortofrutticolo. Ho iniziato a chiamare “Min Min Min”. Non si è girata, così ho capito che non era lei.

E’ molto riservata come persona, tutta casa e lavoro, non esce mai, non ha amici, e passa le serate davanti al pc, parlando con i suoi cari. Min è una trentaduenne nata e cresciuta vicino Shangai. E’ sposata ed ha un bambino di tre anni che però vive in Cina con il padre. Lei qui a Chicago studia e lavora. La mattina esce di casa alle 8 a.m., e mi dice che va all’Università. La sera torna a casa verso le 8 p.m.,e mi dice che è stata a lavoro. Credo che studi Economia, lo deduco dalle riviste e dai libri che ho visto in camera sua. Ma non ho la più pallida idea di quale sia il suo lavoro: una volta gliel’ho chiesto. Mi ha risposto ma non ho capito. Gliel’ho richiesto. Mi ha risposto pronunciando la stessa frase, che per la seconda volta non ho capito. Ma ho fatto sì con il capo, esclamando un finto “Ah ok!”. Sapevo infatti che, se avessi manifestato ancora la mia incredulità, lei si sarebbe limitata a riutilizzare per la terza volta le stesse parole, ed io mi sarei sentita ancora più sola nella mia ignoranza.

A volte la biasimo, perché credo che basterebbe un po’ di impegno, da parte sua, nel cercare di venirmi incontro, di comprendermi, e le cose sarebbero più facili, per entrambe. Potremmo parlare, conoscerci, comprenderci. Però poi ci rifletto su, e penso a quanto possa essere difficile per una madre stare lontana da suo figlio, vederlo crescere tramite web. Cantargli le ninna nanna, attraverso una cam, perché credo che sia questo che faccia, quando la intravedo agitarsi facendo gesti strani, ed emanando suoni ancor più inusuali –per me -. Credo che soffra Min a stare qui, e maledico la mia incapacità di esprimermi in questa lingua che mi è così ostile. Darei non so quanto per sapere la sua storia,  vorrei chiederle cosa si prova ad essere cresciuti in un paese dove non esiste la libertà di informazione, dove un regime garantisce il “benessere”. Ma soprattutto  vorrei tanto capire cosa possa esserci mai a Chicago di così importante da giustificare l’abbandono di un figlio.

Ma non lo saprò mai, credo. Perché fra una settimana io devo andare via da qui. I patti erano chiari del resto. Il giorno stesso in cui io sono venuta a vedere l’appartamento Min lo aveva già mostrato ad un’altra cinese. Questa si era presa una settimana di tempo per decidere, ma al 90% le aveva assicurato che era disposta a trasferirsi dal 1 Marzo al 31 Dicembre. Dopo neanche cinque giorni l’ha ricontattata dando la conferma definitiva, ed a niente sono valsi i miei tentativi di pagare anche 100$ in più pur di restare qui. Lei vuole la cinese. Perché io a Maggio lascio Chicago ed il problema di subaffittare le si ripresenterebbe, mi ha detto. E mi piace credere che sia solo questo il motivo.

Devo ammettere che la cosa mi ha destabilizzato un pochino. E’ come se, dopo aver trovato il Paradiso Terrestre, d’un batter d’occhio mi sia ritrovata punto a capo. Ed eccomi a riprendere il flusso  di mail “I’m looking for a room“, a rispondere ad annunci, a tuttospiano, ad essere collegata 24 ore su 24 su googlemap, alla ricerca della miglior  soluzione. Anche perché il tempo stringe, e finora non ho trovato nessuna bedroom, studio, loft, condo o chiamatelo come vi pare.

Però ci ho riflettuto, e mi sono convinta che non tutti i mali vengano per nuocere. E forse è meglio cambiare sistemazione. Perché è vero che qui ho palestra, piscina, vista mozzafiato e posto di lavoro all’altro lato della strada, però è anche vero che qui io sono sola e, a lungo andare, questo fatto pesa. Me ne sono resa conto negli ultimi giorni quando, rientrata la sera a casa dopo intense giornate di lavoro, sento il bisogno di parlarne con qualcuno, di commentare gli episodi quotidiani. Ma non posso, perché Min se ne sta sempre in camera sua parlando al pc. Io non posso fare la stessa cosa, perché il mio mondo virtuale dorme a quell’ora, del resto è il pieno della notte in Italia.  E così mi siedo sul davanzale ed inizio a parlare con i grattacieli, creando storie. Come quella degli amanti, che nel pieno della notte si danno appuntamento al 70esimo piano del Water Tower, e nella piscina a luci soffuse uniscono quei corpi che l’indomani si eviteranno con cura.  O come quel padre, madre e figlio che, soffocati dall’ottusità di un piccolo paesino della Provenza, hanno deciso di ripartire da zero, costruendosi una nuova vita sul 56esimo piano del River Coast Mile. Chicago brulica di vita, è questa la verità. Lo dimostrano le lucine che di sera si riflettono sul lago, dando vita sull’acqua ghiacciata a proiezioni amorfe. Mi piacerebbe carpire l’essenza vitale di quelle lucine.ge, e finora non ho trovato nessuna bedroom, studio, loft, condo o chiamatelo come vi pare.Al momento però mi concentro sulle persone che mi sono vicine, e devo ammettere che piano piano stiamo riuscendo a creare un gruppetto di tutto rispetto.I miei punti di riferimento qui a Chicago infatti al momento sono due: Annalisa e Silvia, stagiste come me. Ci siamo conosciute qui, nella windy city, ma abbiamo legato tantissimo. Come tutti i rapporti che nascono lontano da casa del resto.Annalisa è di Avezzano, e definirla un personaggio è a dir poco! Parla tantissimo, parla sempre e comunque, in ogni situazione. Ma non solo, perché non riesce a stare ferma, gesticola in continuazione. A ogni parola fa corrispondere un gesto, insomma, è un fiero esempio di Italian people!Silvia invece è molto più pacata. E’ nata a Palermo ma ha studiato a Milano, e come me è una viaggiatrice. Lei ha già fatto vacanze studio in America,  è stata in Erasmus a Parigi ed ora pensa a Londra come successiva meta del suo peregrinare. Sta facendo un tirocinio all’università De Paul, vive con altre studentesse e quindi ha molti più agganci rispetto a me! Sabato scorso siamo state alla festa dell’amico di una sua amica, e ci siamo divertite un sacco.Poi c’è Cris, originario del Kansas ma con uno spiccato accento lombardo, ha infatti lavorato 2 anni alla Pirelli.Nadia, classe ’81, originaria di Pescara, lavora qui già da due anni, ed  è la più giovane dipendente del Consolato. Ancora devo capire bene come ha fatto ad arrivare qui, da subito – PAGATA -.E poi c’è Ettore, brasiliano con la faccia da cinese. E’ vero, giuro! L’ho conosciuto la prima volta a una conferenza su Michelangelo, che abbiamo tenuto in Istituto una decina di giorni fa. Lo osservavo chiedendomi perché un cinese fosse interessato ad una conferenza su Michelangelo. Poi ci siamo presentati, e lui mi ha detto di essere brasiliano. La trama si infittisce, mi son subito detta: un brasiliano, con la faccia da cinese, che vive a Chicago e parla italiano…Insomma, fare luce sulla vita di Ettore è duro quasi come indovinare il sei al superenalotto! Ma io non demordo, no no!Per non parlare del grande Luis Melero, nato e cresciuto a Chicago da genitori messicani. Parla indistintamente inglese e spagnolo, e quando c’è lui io tiro un sospiro di sollievo!

Ah! E’ stavo dimenticandomi di Elie! Anche lei lavora con me all’Istituto, è  al centralino tutte le mattine.  In realtà si chiama F., ma lei si fa chiamare Elie, (a quanto ho capito, qui si possono scegliere anche i nomi…) Sarà alta un metro e mezzo, non di più, e studia Fashion qui a Chicago. E’ convinta di sapere parlare italiano. In realtà sa solo tre parole: “Cazo” – rigorosamente con una sola zeta – “Vafanculo”, “Che schifo”. Già, questo è il suo vocabolario, e lo ripete incessantemente quando stiamo insieme!

Questa sera siamo uscite io, lei e Annalisa, e ci ha portato in un posto very American Style, e siamo state bene. L’unico inconveniente la strada! E’ da ieri notte infatti che qui non smette di nevicare. Io non so camminare sulla neve, ma lei mi aveva assicurato che aveva scelto un posto vicino alla metro, appunto per agevolarmi. Col cavolo! Avremmo camminato minimo 20 minuti per raggiungere il pub, e per me è stata una vera e propria impresa!  Non riuscivo a tenermi in equilibrio,  rimanevo sempre indietro, e Ely invece di aiutarmi se la rideva e si divertiva a farmi le foto. Io l’avrei ammazzata! Anche perché lei stava con i doposci, io qui ho solo le mie Nero Giardini, tutt’altro che adatte alla snow.  Però rimedierò a breve. Ely infatti si è offerta di accompagnarmi a comprare gli stivali per la neve.  Appuntamento domattina alle 11 a Belmont. Così “potrai sopravvivere anche a Chicago” mi ha detto, che simpatia!

Ultimo, ma non certo in ordine di importanza, un commento sul vero motivo per cui io mi trovo a Chicago in questo momento: vale a dire la mia mansione all’Istituto Italiano di Cultura.

Beh, anzitutto devo dire che l’impatto con il lavoro  non è stato dei più idilliaci. Per il semplice motivo che io sono qui in veste di stagista, e gli stagisti si sa, negli States come in Italia non contano niente, zero spaccato. E così la prima mattina che mi son presentata in ufficio, alle 9 in punto, con tanto di giacca e camicia, ho riprovato quella spiacevole sensazione di non essere nessuno, di non venir presa in considerazione, invisibile, quasi. Fortuna è durata poco, mezza giornata, non di più. Nel primo pomeriggio infatti vengo convocata dalla direttrice, intenzionata ad affidarmi il mio primo compito: mi parla di una regista indipendente, originaria di Bologna ma residente a Toronto, che parteciperà a un festival del Cinema di Chicago. Così dicendo mi dà il suo contatto, io lo prendo e le dico: “Ok, la chiamo subito così le faccio un’intervista”. La direttrice rimane a bocca aperta, la segretaria sgrana gli occhi.

“Come???” – esclamano insieme, neanche si fossero messe d’accordo sui tempi.

“Beh sì, provo a ricostruire la sua carriera, così cerchiamo di darle un po’ di risalto”.

La direttrice mi risponde, quasi a voce sommessa: “Ma è troppa pubblicità, noi non ce la possiamo permettere, e poi questa è una perfetta sconosciuta. Devi solo presentare l’evento, dire che a tal giorno, a tal ora, in tal posto ci sarà la proiezione di questo film, stop”.

Io acconsento, seppur non convinta, e rimango in silenzio.

La vedo che mi osserva, dopo un po’ riprende la parola: “Ma perché vuoi fare l’intervista?”

“Sono una giornalista, sono abituata a fare interviste” .

Lei cerca lo sguardo della segretaria. Lo trova. “Penso che sia il mio primo caso di una stagista che al primo giorno di lavoro si mette in prima fila, proponendo idee…”

Io inizio a preoccuparmi, anche perché entrambe evitano con cura di incrociare i miei occhi. “Però c’è una cosa che possiamo fare, ho un’idea – continua – a marzo ci sarà l’inaugurazione di una mostra di architettura aerospaziale qui nell’Istituto, è l’evento di punta della stagione. Lui è un architetto molto conosciuto in Italia. Se ti senti in grado possiamo farla una bella intervista con lui, e cercheremo di pubblicarla in Italia, se è possibile, altrimenti nei giornali di qui scritti in italiano. Deve uscire una grande cosa, dobbiamo finire anche sul sito del Ministero degli Esteri “.

Io acconsento convinta, e inizio subito a fare domande sull’evento, per capire qualcosa di più. Lei mi dice qualcosa a voce, il resto lo affida al materiale che ha riposto nel cassetto e che mi affida. Sto per lasciare il suo ufficio colma di fogli, brochure, libri vari, quando sento di nuovo la sua voce: “Romina” – dice. Mi fermo, mi volto. “Brava, hai carattere, hai iniziato con il piede giusto”.

E così che è partita la mia avventura come stagista all’Istituto Italiano di Cultura di Chicago.  Il mio compito è quello di promuovere/organizzare la mostra di Vittori & Vogler, in primis. L’architetto l’ho conosciuto la settimana scorsa, e mi ha fatto un’ottima impressione. Si è dimostrato molto disponibile, nonché entusiasta dell’intervista che la direttrice a testa alta gli ha preannunciato.

Ultimamente viene spesso all’istituto, e non passa giorno che non mi telefoni, in ufficio, per chiedermi a che punto stanno i lavori. Ieri ho ultimato il comunicato stampa, in Italiano, ed ho avuto l’ok da ambo le parti. Ora devo tradurlo, in english (e qui mi diverto!), e poi iniziare a diffonderlo e a Chicago e in Italia. Non è semplice, anche perché mi sono resa conto che l’Istituto ha ben pochi o nulla contatti, e quindi già so che dovrò muovermi in prima persona, far appello a tutte le mie risorse. Ma ho già pensato a qualche strategia, spero solo di riuscire a metterle in pratica….!

La direttrice mi ha dato carta bianca. Sono passate due settimane, è vero, eppure mi sembra che si fidi molto di me. Ogni giorno mi convoca almeno tre volte nel suo ufficio, e mi mette al corrente delle ultime novità. E poi mi inoltra tutte le mail che riceve, perché vuole il mio parere. E mi coinvolge anche nelle riunioni esterne, tipo ieri, quando è venuta la rappresentante di una famosa galleria d’arte americana. “Romina voglio che assisti con me al colloquio – mi ha detto – dobbiamo dirle questo, questo e quest’altro”. Io acconsento sempre, anche se poi in queste occasioni ufficiali riesco a stento a comprendere tutti gli interventi, figuriamoci se apro bocca per dire la mia!

La segretaria e la contabile mi hanno detto che è strano questo atteggiamento, e che la direttrice non è solita coinvolgere in questo modo il suo personale, figuriamoci poi gli stagisti. Non nego che a me non faccia piacere questa situazione, però ancor di più sono perfettamente in grado di riconoscere le spie dei falsi abbagli,  e per questo rimango con i piedi per terra. E così quando esco dall’ufficio, stanca ma consapevole di aver arricchito un pochino il mio bagaglio personale,  volgo lo sguardo al cielo e naso all’insù cerco di catturare la cima del grattacielo che mi è di fronte, e mentre gli occhi è come se gareggiassero a chi arriva più in alto, io sospiro ripetendomi, per l’ennesima volta: “Questa fase della mia vita si chiama stage”. E sorrido.

Romina

Categorie: Diario, Viaggi | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

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