ODG, appello al voto – Io sto con Giovanna Sfragasso

9da4Giornalista-Ieri-300x187Non è mia abitudine fare appelli in prossimità delle elezioni. Non mi piace  vincolare terze persone ai miei pensieri. Eppure questa volta sento il dovere di farlo. Domenica e lunedì  si voterá per l’Ordine dei Giornalisti.
Tre anni fa non andai alle urne, per mancanza di convinzione forse, o più semplicemente per pigrizia.
Ma questa tornata è diversa.
Perché quest’anno mi è stato persino chiesto di candidarmi.

E già, la proposta è arrivata a me,  peccato però che fosse dalla parte sbagliata.

Un tempo, forse, avrei interpretato  quella richiesta che mi è sopraggiunta così, tanto inattesa quanto ambigua, come un attestato di stima nei miei confronti, “Caspita, che bella responsabilità che mi viene data, si vede che c’è fiducia in me, dopo tutti questi anni”.
Ed invece questo pensiero non mi ha sfiorato neanche l’anticamera del cervello.

Ho subito capito, infatti,  che quella “opportunità” era destinata a morire sul nascere: si trattava soltanto di un gioco a scacchi,  io ennesima pedina da muovere in risposta alla mossa dell’avversario. Forse facevo parte dello schema iniziale,ma un asso da novanta mi aveva soffiato il posto. Forse quell’asso si tirava indietro, all’ultimo momento, ed ecco che il mio nome veniva ripescato. In fondo, in questi anni  mi sono costruita un minimo di credibilità, e potrebbe anche esser  stata vista come un ipotetico bacino di voti.

Non mi son mai piaciuti i giochi di potere, ed ho sempre mantenuto le giuste distanze da chi avrebbe voluto manovrarmi, non a caso l’appellativo di freelance me lo sento cucito addosso, quasi come una seconda pelle.

Eppure non riesco ad avercela con quell’uomo all’apparenza così burbero, ricordo con estremo affetto gli anni dei miei esordi, non li ho mai rinnegati, e mai lo farò.

Quello di cui sono consapevole  però è che, votare lui (e quelli come lui), significa legittimare di nuovo lo status di cose che vige oggi, reo di aver ridotto quella che un tempo era una professione gloriosa ad un mero hobby, sottopagato e frustrante. Reo di star spegnendo i sogni e la passione sotto la spinta di un mercato del lavoro congestionato perché elitario.

946600_122760251259743_1410388981_nIo ho detto,  dico e dirò  NO a voce ferma, non ci sto a gettare la spugna, perché amo troppo questo mestiere, e stringo i denti e vado avanti.
Ma non ci sto neanche ad assistere passivamente al consolidamento del declino. Sento infatti che  stiamo davanti ad una grande opportunità.

E’ vero, non mi sono candidata né mi son fatta candidare a queste elezioni, passo però con fierezza il testimone ad una collega che stimo molto, e che conosco da tanti tanti anni.

Lei, Giovanna Sfragasso, ha visto dieci anni di carriera chiudersi di colpo, per aver rivendicato dei diritti.  Ha trovato il coraggio di alzare la testa e non piegarsi, e questo le è costato il posto di lavoro.
Lei sa cosa significa essere vittime, cosa significa urlare senza riuscire a sentire la propria voce, ed è per questo che ha preso  in mano un megafono.

A Giovanna do  tutto il mio sostegno, mi fido di lei, e sento che farà tesoro del mio voto.

Tre anni fa sono rimasta a casa, domenica prossima invece andrò al Centro Acqua Acetosa, perché è in atto  una partita troppo importante.

QUANDO SI VOTA
domenica 19 maggio (ore 10,30-13) e lunedì 20 maggio (16-21,30) per il primo turno.
Secondo turno domenica 26 maggio e lunedì 27 maggio (stessi orari).

DOVE SI VOTA
CONI – Centro Acqua Acetosa, Largo Giulio Onesti 1, Roma.

COME SI VOTA
Sulla scheda elettorale, al primo turno occorre scrivere per esteso nome e cognome di tutti i candidati proposti, a seconda della categoria (professionisti o pubblicisti) e dell’organo (Consiglio regionale, Collegio dei revisori, Consiglio nazionale).

PUBBLICISTI
Lista “Pubblicisti per la riforma”

Candidati al Consiglio regionale del Lazio

Giovanna Sfragasso
Antonio Baldi (detto Toni)
Alessio Vallerga

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E-CIG DIPENDENZA? Il parere del Dottor Roberto Boffi

Roberto Boffi è pneumologo presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.  A lui, convinto sostenitore della necessità di smettere di fumare, abbiamo fatto alcune domande sulle sigarette elettroniche.  Attenzione: il vapore aspirato è ancora oggetto di studio

Rb_valeQuali sono i vantaggi dell’e-cig?

Premesso che non ci sono ancora studi approfonditi né sull’innocuità né sull’efficacia dello smettere di fumare, c’è da dire che i dati preliminari evidenziano una drastica riduzione dei potenziali effetti cancerogeni causati dalla combustione delle normali sigarette. Il vapore aspirato con le sigarette elettroniche però è ancora oggetto di studio, non sappiamo quanto e se possa essere dannoso per chi “svapa” e per chi sta vicino.

Perché fa tendenza?

E’ una moda ormai ed è anche una risposta alla crisi economica: costa molto meno cambiare le cartucce che comprare i pacchetti di sigarette.

Scompare anche il cosiddetto fumo passivo quindi?

Al contrario, rischia di ricomparire, e si chiamerà vapore passivo o svapamento. Temo che la sigaretta elettronica diventi essere un escamotage per tornare a fumare negli ambienti in cui è ormai proibito.

E qual è il rischio che l’e-cig possa riaccendere l’abitudine al fumo negli ex tabagisti?

Non ho riscontri in questo senso ma posso affermare che avviene il meccanismo opposto: un ragazzo qualche giorno fa mi ha detto che lui ha iniziato con una sigaretta al mojito, e dei suoi amici al cuba libre. Non mi si venga a dire che queste sigarette servono a far smettere di fumare, al contrario incitano le persone ad iniziare. Io spero che un giorno vengano venduti in farmacia e non in tabaccheria.

Romina Vinci (testo)

 

Pubblicato sul numero di Aprile 2013 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Addio “bionda”: arriva la sigaretta elettronica

 

La prima parte del servizio è disponibile su questo link:

http://rominavinci.wordpress.com/2013/05/13/addio-bionda-arriva-la-sigaretta-elettronica/

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ADDIO “BIONDA”: arriva la sigaretta elettronica

“Il loro livello di nocività sembrerebbe essere dieci volte inferiore rispetto ai sigari, sigarette e pipe. In attesa di capire se e quali rischi nascondano le nuove sigarette elettroniche, solo in Italia attualmente producono un giro d’affari di 200 milioni di euro. Un mercato destinato a breve, secondo le stime, a raddoppiare” 

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E’ diventato ormai un autentico oggetto di culto, ha sviluppato attorno a sé una nutrita schiera di adepti, ma non serve per telefonare, né per navigare sul web, tantomeno per scaricare applicazioni.

Viene usato infatti per fumare, pardon, svapare!images (4)La sigaretta elettronica (o e-cig) è, infatti, il fenomeno del momento: un dispositivo elettronico che emula le sigarette, i sigari e le pipe ma, a differenza dei tradizionali prodotti per il fumo, non contiene agenti tossici e cancerogeni: il suo livello di nocività è dieci volte inferiore.

“Ho iniziato ad usare l’ e-cig lo scorso anno, alternandola alle sigarette normali. Un pacchetto da dieci è iniziato a durarmi uno, due, tre giorni. Mi era rimasta un’ultima bionda, l’ho accesa più per abitudine che per bisogno, dopo due tiri l’ho buttata, perché mi stava dando la nausea. Da allora non ho più fumato una sigaretta normale”.

Renato Ciuffarella, libero professionista di 38 anni, racconta così il suo ingresso nel mondo degli svapatori. fumareAnche lui, come tanti, è riuscito a disintossicarsi dal tabacco. “Navigando su Internet ho scoperto l’esistenza di questo dispositivo, l’ho acquistato per curiosità, e poi mi son reso conto che c’è tutto un mondo di aromi, hardware ed accessori dietro al quale mi sono appassionato”. E come Renato, è lunghissima la lista dei seguaci che ogni giorno scelgono tra decine di sapori diversi, spaziando dai frutti tropicali, alle spezie fino ad arrivare a fragranze come Black Fire, Tuscan e Maxx Blend.

Sono numeri da capogiro quelli che si celano dietro il fenomeno della sigaretta a vapore. Solo in Italia, allo stato attuale, il mercato vanta un giro d’affari di circa duecento milioni di euro, destinati a raddoppiare a fine 2013.

“Già quattrocento mila Italiani fanno uso della sigaretta elettronica, e si stima che tocchino soglia un milione entro la fine dell’anno. Per non contare poi il bacino di utenza: 12 milioni i fumatori tradizionali nel nostro paese”. Queste le parole di Tonino Boccadamo, amministratore unico della 5 Italia, la neo costituita azienda nel settore delle sigarette elettroniche che si appresta ad irrompere sul mercato con una rete di franchising a prezzi concorrenziali. Anche perché una cosa è certa: svapare costa meno che fumare.

smettere-di-fumare-a-50-anni“Il costo del kit iniziale della sigaretta elettronica 5 – continua Tonino Boccadamo – parte dai 35 euro. I flaconi (che durano circa sei giorni) meno di 10 euro l’uno mentre un pacchetto da venti di Marlboro Gold costa 5 euro”. I conti sono presto fatti: un fumatore che passa alla sigaretta elettronica risparmia, ogni anno, oltre mille euro.

“Ho iniziato ad usare l’e-cig proprio perché il prezzo delle sigarette tradizionali è arrivato alle stelle”, racconta Alessandro Condu’, 36 anni, romano il quale però, ammette di non essersi ancora tolto il vizio del fumo: “Lavoro in una falegnameria, la sigaretta elettronica non è pratica”, dice. Così si accontenta di “svapare” il fine settimana, quando è a casa, o con i suoi amici: “Ormai è una mania collettiva!”. Il desiderio di fumare infatti, nella nuova ottica dell’e-cigarettes, non obbliga più i tabagisti ad uscire fuori dagli uffici, dai ristoranti, dai bar, magari al freddo e in completa solitudine, ma crea aggregazione, nonché un senso di appartenenza verso una comunità nuova, dai contorni sempre più definiti.

E negli altri paesi europei invece? E’ di nuovo Renato Ciuffarella a rispondere. Da tanti anni ormai fa da sponda da Italia e Scozia, ed afferma: “Ad Edinburgo non è molto usata, sono pochi i fumatori. Non dimentichiamo che il tabagismo è considerato uno status sociale che indica povertà, e le persone disagiate sono quelle più soggette alla dipendenza dal fumo”.Layout 1 Ed ecco allora che, improvvisamente, appare sotto una luce diversa un dato apparentemente sorprendente: in Grecia, malgrado la crisi economica, sono 400 mila gli svapatori. Un numero in costante aumento.

 

Romina Vinci (testo)

 

Pubblicato sul numero di Aprile 2013 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Addio “bionda”: arriva la sigaretta elettronica

 

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PENDOLARI – L’inferno quotidiano tra ritardi e disservizi

“Carrozze sporche, ghiacciate d’inverno, roventi d’estate…sempre che il treno arrivi”

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Sbattere i denti per il freddo, in inverno, per colpa di quei riscaldamenti quasi sempre spenti. In estate manca l’aria a causa dei condizionatori che solo in rari casi funzionano. Ed allora ci si attrezza come si può, ed anche un freepress trovato per strada diventa un ventaglio da sventolare, per trovare un po’ di sollievo in quelle carrozze arroventate dal sole.

Layout 1Studenti, impiegati, insegnanti, receptionist, vigilantes, autisti… l’esercito dei ‘pendolari’ annovera vari commilitoni. E’ una massa senza volto e senza nome quella che ogni giorno fa i conti con i ritardi, le carrozze sporche, i furti di rame che paralizzano linee intere, ritardi raggiungono anche i centoventi minuti. Layout 1

“Ti ritrovi a litigare con tutti per sapere per quale motivo un treno non parte. E’ sconvolgente, stai fermo lì, in stazione, e nessuno ti sa dare spiegazioni”. A parlare è Luigi Antonucci, impiegato, 31 anni e da dodici percorre in su e in giù la tratta Roma-Cassino. Gli fa da eco Luca Fumagalli, un libero professionista di 46 anni, dal 2006 è alle prese con la Milano-Domodossola: “Quest’inverno si è verificato il caos totale quando è entrato in funzione il nuovo sistema telematico di Trenord: ritardi, treni soppressi, convogli più che sovraccarichi o approntati alla bell’e meglio”. Anche per Valeria Albanese, impiegata ventisettenne che viaggia nella tratta Napoli Porta Nolana-Baiano, il periodo novembre-dicembre 2012 si è rivelato un incubo: “Corse soppresse senza annunci, binari occupati, personale della Circumvesuviana che si rifiutava di mettersi alla guida di treni non a norma per mancata manutenzione”.

Layout 1Che si viaggi nel Nord, nel Centro o nel Sud, la parola chiave per i pendolari è sempre la stessa: pazienza. “Spesso ti stancano più le tre ore di viaggio che le dieci di lavoro”, dice Luigi. “Le carrozze gelate d’inverno e roventi d’estate generano squilibri di salute – spiega Luca – mal di testa, raffreddori che durano un’intera stagione, pessimo umore con conseguente diminuzione del rendimento sul lavoro”. Valeria sa bene cosa significa: “Era luglio, il treno stracolmo, circolava poca aria, non ho trovato posto a sedere e d’improvviso mi son sentita mancare, ho avuto un calo di pressione. E’ stato brutto – ricorda – fortunatamente ho trovato passeggeri solidali che mi hanno soccorso”.

Alberto Petza, classe 1980, vive in Sardegna e viaggia dalla veneranda età di quattordici anni. “Quando ho iniziato le superiori la scuola era a cinquanta chilometri dal mio paese, e così è partita la mia vita da pendolare”. Alberto è un giramondo, ha vissuto all’estero, ha girato l’Italia il lungo ed il largo e, ora che è tornato nella sua isola, ha una visione molto lucida della situazione: “Rispetto alle altre regioni i treni sono più puliti ed è facile trovare il posto a sedere. Purtroppo però le corse scarseggiano”. Per non parlare poi di quando il treno si rompe: “Vengono attivate delle navette sostitutive, che attraversano tutti paesini dell’entroterra impiegando tre ore per cento chilometri”.

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Ritardi, cancellazioni, soste infinite in stazioni disabitate: un incubo destinato a non trovare pace. “La scorsa settimana in due giorni ho dovuto sopportare cinque ore di ritardo, come si può andare avanti così?”, a porre l’interrogativo è Francesca Stracc. (trent’anni da compiere) che subisce questo supplizio da dieci anni. Una storia analoga a quella di tanti verrebbe da dire, se non fosse per la fascia oraria in oggetto. Francesca infatti frequenta una scuola di specializzazione serale nella capitale, ed ogni sera, pardon notte, riprende il treno che parte dalla Stazione Termini alle 23.14. Layout 1“Dovrei arrivare alle 00.37 a Frosinone, ogni sera però succede qualcosa, e non riesco mai ad essere a destinazione prima dell’una”. Non è la sola a subire una tale agonia. Parla un autista dell’ATAC, che preferisce celare il suo nome: “Mercoledì scorso ho finito il mio turno alle 22. Il treno ha portato più di due ore di ritardo, sono arrivato a casa dopo le 3. Alle 6 di mattina ero di nuovo in piedi, pronto a riprendere il treno per tornare a Roma, il mio turno iniziava alle 8”.

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Gennaio 2013 del mensile 50&Più, all’interno del Dossier “Pendolari”.

Disponibile in pdf: Inchiesta Pendoalrismo

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L’Aquila, la nuova piazza è un centro commerciale

L’INSOSTENIBILE BEFFA DELLA RICOSTRUZIONE –  Quattro anni dopo il terremoto non è cambiato nulla, i giovani scappano (REPORTAGE E FOTOGALLERY)

Via Cavour è transennata oggi, lo è dal 6 aprile 2009. E’ lì che Stefano passava molto del suo tempo, nell’appartamentino della sua ex, una studentessa dell’Aquila. Stefano è fermo, dinanzi a quelle transenne, chiede di passare, vuole vedere quel luogo che ha fatto parte della sua quotidianità. Ma quel luogo non c’è più, quel quarto piano è stato scoperchiato una fredda notte di quattro anni fa, e la ferita é ancora aperta.

“E’ difficile spiegare a parole quel che è successo quella notte, immaginiamo la frattura di un foglio di carta proiettata alla terra. Uno strappo della terra lungo chilometri e a profondità di chilometri, un rumore indescrivibile”. Dalla voce di Stefano prendono vita scenari apocalittici: “C’è stata una fortissima ondata d’aria – racconta – noi correvamo, vedevo i lampioni ballare, alle nostre spalle crollavano pezzi di muro e venivano già palazzi”. Se c’e una cosa che non può dimenticare sono le grida: “Era ciò che non vedevo, urla di persone che non erano solo spavento, ma dolore. Mi hanno lasciato un senso di impotenza grandissimo”.

Dopo aver raggiunto il punto più largo della strada, la prima cosa che Stefano ha fatto è stato telefonare all’ospedale: “Sento delle urla, ci sono dei feriti, dicevo ma mi hanno risposto che non potevano fare nulla, perché anche lì era crollato tutto. Allora ho chiamato la Protezione Civile, chiedendo quale fosse il piano di evacuazione, e quali i punti di ritrovo previsti, ma neanche loro sapevano niente” . Così Stefano ha preso per mano la sua lei, e via, in una folle corsa per raggiungere un luogo aperto. “Ci abbiamo messo mezzora, forse qualcosa in più, per arrivare a Piazza Duomo. Abbiamo dovuto scavalcare le macerie dei palazzi. Con noi c’erano persone svestite, chi senza pantaloni, chi senza maglietta, chi scalzo”. Lì ci son volute quattro ore, trascorse al freddo e in balia delle continue scosse, prima che arrivassero i soccorsi. “Ricordo il rumore delle pale meccaniche per liberare la strada prima di farli arrivare “, sussurra.

A pochi metri dall’appartamento che Stefano ricorda come un luogo ameno, percorrendo Via Sallustio, c’è il palazzo in cui viveva un aquilano doc, Enzo Ragone, con i suoi anziani genitori ed i suoi due figli. Quella notte sono fuggiti in macchina, era parcheggiata di proposito davanti al portone. Anche la famiglia Ragone ha trascorso le interminabili ore a Piazza Duomo, e la loro auto era diventata una delle poche fonti di calore per gli anziani che lì erano confluiti. Oggi Enzo passa la maggior parte delle sue giornate a Coppito, ma continua a dire che non si sente a casa. E’ per questo che, ogni mattina, viene nella sua vecchia dimora: “La speranza che torni tutto come prima c’è sempre”, dice in tono sommesso, mentre apre il lucchetto permettendoci di accompagnarlo in questo giro della memoria.

Calcinacci, cassetti ed oggetti riversi sui letti, crepe sui muri, coltre di polvere sui mobili. La finestra della camera matrimoniale si affaccia su un palazzo distrutto, che rende irriconoscibile anche il perimetro delle stanze. E la triste conferma di un brutto pensiero che subito balza in mente: “Qui accanto ci son state vittime”, racconta. Nell’appartamento di Enzo tutto è fermo, in una solenne severità, quasi glaciale. Sembra che nessuno entri qui da tempo immemorabile, eppure lui con i suoi passi solca questi pavimenti ogni giorno. “Molti mi dicono che dovrei sistemare e portare via almeno gli oggetti cari – dice – ma dove li metto? E’ questo il loro posto, ed è giusto che qui rimangano”.

L’Aquila viene definita ormai una città fantasma. Il centro storico è fermo, ed il silenzio é interrotto soltanto dalle folate di vento o dai movimenti delle ruspe e delle gru, che fanno rimbombare una nenia di agghiacciante quiete. Al pranzo son aperti un paio di locali a ridosso di Piazza Duomo bastano e avanzano per fornire un pasto caldo alla schiera di manovali, uniche presenze nella zona rossa. Accanto al Duomo una gelateria temerariamente resiste, è GF Florida, dei fratelli Giuliani. Un’attività di tre generazioni, pietra miliare dell’Aquila che fu. “Le giornate sono lunghe – dice Rossella – é tutto fermo qui”. Ma tanti, troppi negozi, non ce l’hanno fatta a ripartire: “Ciò che fa rabbia è che non è stata calcolata l’emergenza lavoro, non c’è stata una presa di coscienza del danno alle aziende ed ai piccoli esercizi commerciali”: a tuonare tutto il suo disappunto è Emanuela, che nel 2007 insieme a suo marito aveva aperto un piccolo bar nel centro storico, ed oggi ancora si chiede quale sarà il suo futuro.

“C’erano 1.200 attività nella zona rossa e la maggior parte oggi son svanite”, racconta Patrizio Parisse, titolare del punto vendita Trussardi. Il suo negozio era un colosso che troneggiava a Palazzo Ciolina. “Son riuscito a recuperare la merce, ma il palazzo si è letteralmente aperto, sventrato, ci vorrà un ventennio, forse, per rivederlo com’era”. Così la decisione di spostarsi in periferia. “Abbiamo riaperto, nell’ottobre 2009, al centro commerciale L’Aquilone. La mia famiglia è tra quelle che erano state mandate sulla costa all’indomani del terremoto, ed io facevo 240 km al giorno, stavo sempre all’Aquila, la mia attività doveva ripartire subito”. Oggi ha riassorbito tutta la forza lavoro, otto dipendenti, e non solo. “Abbiamo aperto un secondo punto vendita, di un’altra griffe, e dopo due mesi ci è arrivato il controllo dell’ispettorato del lavoro. Ovviamente era tutto in regola,ma è questa la mano che ci ha teso lo Stato”.

Oggi il centro commerciale L’Aquilone è diventato il punto di riferimento della vita cittadina. Vi vengono i giovani, ed anche gli anziani, che qui passeggiano nel ricordo di quel che era e ormai non è più. Perché quel che manca davvero, all’Aquila e dintorni, è un centro di aggregazione. Lo spiegano bene le proprietarie del negozio Del Vecchio, anch’esso storica presenza nel cuore di Piazza Duomo ed oggi trapiantato nella nuova realtà artificiale dell’Aquilone. “Non ci siamo mai fermati, la voglia di rialzarci era troppo forte, adesso però ne risentiamo” . E non si parla solo di affari e di clientela ma di un qualcosa di ben più radicato: “I casi di depressione, in città, aumentano a menadito. La gente rivuole indietro quella quotidianità che ci é stata inesorabilmente tolta. Qui si vive una realtà apparente, ma la verità è che il nostro tessuto sociale è stato distrutto”.

I dati, del resto, parlando chiaro: cento giovani al mese lasciano L’Aquila secondo i rilievi dell’ufficio di statistica del Comune. “I miei studenti, molti di loro, vivono altrove – dice Sandro Cordeschi, professore di filosofia al liceo – ma voglio credere che non stiano dimenticando e che conservino in loro l’energia della memoria e della speranza”. Ma dimenticare è difficile, troppo, perché il ricordo è un boccone troppo amaro da mandare giù. Ed anche l’oblio si rivela una corazza tutt’altro che efficace. “Non ricordo niente di quella notte – racconta una studentessa che è ancora iscritta nell’ateneo del capoluogo abruzzese – a volte di notte mi assalgono crisi di panico, non riesco a dormire”. E le crisi aumentano, anno dopo anno, ogni volta che si avvicina la data del 6 Aprile. Son passati quattro anni ma il tempo, mai come in questo caso, non guarisce le ferite.

 Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato il 6 Aprile 2013, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/aquila-terremoto-scandalo#ixzz2Pm1expTz

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IL RE DELL’AVVENTURA: Wilbur Smith

Trentaquattro libri e 125 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ma l’autore di bestseller non ha intenzione di fermarsi qui

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E’ un uomo distinto e composto, che parla con tono pacato ma deciso. L’espressione del volto appare distesa ed anche quando aggrotta le sopracciglia ed indugia prima di rispondere, in realtà c’è sempre un sorriso all’orizzonte pronto ad esplodere al termine della frase.

Wilbur Smith trasmette buon’umore ed una ventata di positività.  A vederlo non gli daresti la sua età, se non fosse per quel bastone e quel camminare adagio, a ricordare che ha da poco spento ottanta candeline.  E’ considerato l’incontrastato “maestro dell’avventura”, uno dei massimi autori di bestseller, quasi 125 milioni di copie vendute in tutto il mondo.Layout 1

Ti soffermi sui suoi occhi, lo osservi a lungo. Chissà, forse davvero vive in un mondo immaginario, quello delle sue saghe, nel miscuglio travolgente di personaggi, situazioni e luoghi così strani quanto meravigliosi. Ma ecco che qualcuno da dietro sussurra “Darling!” (“tesoro!” ndr), lui si volta di scatto e un luccichio pervade il suo sguardo. E’ la sua Mokhinisio che lo chiama. Lei, una donna tagika vispa ed affascinante, quarant’anni più giovane, è la sua quarta moglie, sovente musa ispiratrice dei suoi romanzi.

Ed allora capisci che Wilbur Smith in realtà ha i piedi ben saldi a terra, e forse è semplicemente un uomo felice, che si gode la sua vita  e non si stanca mai di dire che è molto fortunato.

Diamanti, oro, zulù, leoni, gazzelle, navi negriere, petroliere oceaniche, aerei, uomini poderosi, donne intrepide, spioni, traditori, amore, odio, sangue, vita e morte… è comprensibile, quasi, chiedersi se esista un argomento che ancora merita di essere sviluppato nei suoi romanzi. Ma neanche il tempo di finire l’elenco che Wilbur Smith ha già intuito la domanda, e risponde in modo deciso: “Ci sono tantissime storie che ho in testa e voglio scrivere, non ho alcuna intenzione di fermarmi, almeno per tanti anni ancora”.

Eccolo allora il re dell’avventura, l’autore più amato dagli italiani, giunto nel Belpaese per presentare  – in anteprima mondiale – il suo ultimo romanzo.

Wilbur_Smith_Vendetta_di_sangue-280x430Signor Smith, Vendetta di sangue è la sua ultima fatica letteraria, la numero trentaquattro per la precisione. Ma cos’è la vendetta secondo lei, e che sapore ha?

Credo che la vendetta sia un sentimento naturale e istintivo per il cuore umano, soprattutto se ha subito un’ingiustizia o se è stato ferito. Certo, ci sono diversi modi per gestire una vendetta e quello più comune consiste nel rispondere all’offesa, come fa un animale. Ma nelle sacre scritture e nel Corano troviamo anche un invito al perdono che non va mai dimenticato.

Hector Cross è il protagonista del suo romanzo, nonché di quello precedente, La legge del deserto. E’ un eroe solitario e coraggioso, ma  quanto c’è di autobiografico in questo personaggio?

Lui è un conglomerato di diverse persone che ho conosciuto nel corso degli anni e, rappresenta la mia visione della giustizia, dei comportamenti e di come bisognerebbe gestire la legge.  Del resto il libro racconta una storia, come faccio sempre, quindi non c’è molto di autobiografico e se mi sta chiedendo che cosa ho in comune con Hector Cross, beh.. devo confessarle che per quanto io abbia avuto una vita molto avventurosa non sono né coraggioso né pazzo come lo è lui!

Lei è nato a Broken Hill, in Zambia, nel 1933. “Chi beve l’acqua dello Zambesi assieme al latte materno non potrà più abbandonare l’Africa”, recita un proverbio a lei molto caro. Molti dei suoi romanzi sono ambientati in Africa, ed anche quest’ultimo si sviluppa tra le colline britanniche, i deserti dell’Africa nordorientale e la City di Londra. Che legame conserva con la sua madrepatria?

Io amo l’Africa, i suoi orizzonti, i suoi colori, l’incredibile varietà degli animali e soprattutto ne amo la gente, popoli meravigliosi. Ormai trascorro la maggior parte del mio tempo a Londra, ma ho ancora una casa a Capetown, in Sudafrica, e ci torno ogni volta che posso. Quando non sono in Africa la cosa che più mi manca sono proprio le persone, gli africani e la loro incredibile cortesia.00fotografia Smith

Ho sempre scritto di questo continente perché sono sicuro del fatto che si possa scrivere solo di quello che si conosce più che bene. E posso dire di conoscere l’Africa molto molto bene.

Trentaquattro libri scritti, ventitré milioni di copie vendute soltanto in Italia. Il romanzo d’avventura per lei non ha ormai più segreti né frontiere da varcare, come si fa a trovare sempre la voglia di scriverne altri?

Vede, scrivere fa parte di me, è la mia vita, è una cosa naturale come se fosse respirare. La mia è una famiglia dove le storie, i racconti e i resoconti di fatti e avventure hanno sempre avuto una grande importanza. Mio padre e mio nonno prima di lui erano grandi contastorie e allo stesso modo ricordo chiaramente i racconti di mia madre. Probabilmente il narrare è una cosa che ho nel sangue.

Come si sviluppa il processo creativo alla base dei suoi successi editoriali?

Quando inizio a scrivere un nuovo libro non mi do dei limiti, non costruisco degli schemi e non programmo tutto dall’inizio alla fine come fanno alcuni, il che è una scelta rispettabilissima, solo che io ho un modo di lavorare diverso, mi sembrerebbe di limitare i miei stessi personaggi decidendo tutto o quasi tutto fin dall’inizio. A me invece piace pensare al processo di scrittura come a una battuta di caccia in cui sguinzaglio i cani della mia immaginazione e mi lancio dietro di loro, certo che mi porteranno a qualcosa di buono.

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Ed ai suoi lettori non pensa quando scrive?

Se io mi preoccupassi di quello che pensano i lettori e di cosa vogliono, sarei veramente pieno di problemi. Ad esempio, in Italia ho ventitré milioni di lettori, come faccio a sapere cosa desiderano? Se ci pensassi non riuscirei a scrivere. E’ per questo che io scrivo ciò che voglio scrivere, quello che reputo interessante per me, e non penso mai a chi mi leggerà.

I suoi romanzi fanno da eco ai grandi valori della vita (si parla molto di amicizia, di lealtà, di amore), ma quale è la scala di valori di Wilbur Smith?

Layout 1Nei miei libri cerco di raffigurare la vita come credo che sia, o almeno come appare a me, e quindi non parlo solo di valori positivi perché credo che la vita sia continuamente in bilico tra il bene e il male, altalenante tra momenti di grande gioia e amore e momenti invece tragici e di profondo sconforto. Questo è anche quello che succede in quest’ultimo romanzo, Vendetta di sangue, in cui da un lato c’è la morte e la disperazione, il sadismo e la cattiveria di alcuni personaggi e dall’altro ci sono sentimenti positivi e universali come l’amore di Hector Cross per sua moglie prima e sua figlia poi.

Ma esistono davvero questi valori nella vita di tutti i giorni, oppure sono soltanto parole e artifizi narrativi?

Sentimenti quali l’amicizia o l’amore sono tutt’altro che artifizi narrativi, e non sono neanche semplicemente dei valori. Credo piuttosto che siano un aspetto fondamentale della vita dell’uomo: l’essere umano non è fatto per vivere in solitudine, siamo degli esseri gregari, fatti per vivre insieme ad altri, alle persone di cui ci fidiamo ed è necessario avere dei gruppi di persone con cui condividere questo tipo di rapporto, che sia in seno alla famiglia, al lavoro o agli amici, ma bisogna avere vicino qualcuno per essere veramente felici.

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Marzo del mensile 50&Più

Disponibile in versione online (parziale): http://www.50epiu.it/Mondo50Piu/Opportunita/Editoria/Intervista.aspx

Disponibile in versione pdf:Intervista Wilbur Smith

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Haiti, la scuola per ripartire “Senza scarpe, ma con i libri”

A tre anni dal sisma, la speranza delle madri: “La volontà più forte di qualsiasi scossa”

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PORT AU PRINCE – E’ diventata donna e madre molto in fretta, come la maggior parte delle sue connazionali. Daphney, venticinque anni ed un figlio di sei a cui badare, è nata e vive a Port au Prince, la capitale di Haiti. Ricorda ancora con estrema lucidità quel pomeriggio del 12 gennaio di tre anni fa quando la potenza devastante del terremoto ha distrutto tutto intorno a lei. Una scossa di magnitudo 7 della scala Ricther.  Anche il piccolo Darween non dimentica.  Lui non conosce ancora il significato della parola  tranblemantè, che in creolo vuol dire terremoto. Lo chiama goudagoudou, un’onomatopea di cui si serve, per riecheggiare il rumore delle scosse, quasi fosse un gioco. Darween veste di stracci e va in giro con le ciabatte bucate, ma sua madre è orgogliosa, perché è riuscita ad iscriverlo a scuola, e gli ha comprato il grembiulino. “Perché è l’ ecole, l’ ecole, la cosa più importante”, dice Daphney.

Haiti è il paese più povero dell’emisfero occidentale, ed anche il più densamente abitato. Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha provocato 250 mila vittime ed un milione e mezzo di sfollati. A tre anni di distanza la situazione continua a rimanere critica in quella che è stata la prima isola scoperta da Colombo. Sono 360 mila le persone che ancora vivono nelle tendopoli, il 70% della popolazione non ha lavoro ed  un bambino su due non va a scuola.

Il presidente Michel Martelly, eletto nella primavera del 2011 e molto amato dalla fascia povera della popolazione – forse più per il suo passato da cantante che per il suo appeal politico – ha fatto dell’istruzione un cavallo di battaglia, tempestando la città con grandi cartelloni pubblicitari che riportavano il numero dei bambini del quartiere i quali avevano beneficiato della scuola gratuita. px“Sono stati scolarizzati 903 mila studenti e più di 300 scuole sono in corso di costruzione o di riabilitazione”, fanno sapere fonti ufficiali del governo.  Ma non basta.  Perché ad Haiti, oggi, parlare di ricostruzione è ancora un’utopia. Eccezion fatta per piccole iniziative affidate ai privati, ciò che manca, a Port au Prince e dintorni, è un segnale chiaro di ripresa delle grandi strutture. Il ventre della città resta ferito, irrimediabilmente. Il palazzo presidenziale rimane lì, crollato su stesso, è da poco iniziata la rimozione delle macerie. Alcuni ministeri si trovano ancora sotto  dei capannoni di fortuna, e solo di recente è stato approvato un progetto per la ricostruzione della cattedrale, un piano affidato a tre architetti portoricani. Ma nessuno, da quelle parti, si sente di scommettere sulla tempistica d’intervento.

“Ad Haiti – racconta suor Marcella, una missionaria francescana che opera sul territorio da sette anni – non ci sono tubature dell’acqua, né prima né dopo il terremoto, ed è stato speso un budget enorme per inviare camion di acqua per due anni”. Ma perché non costruire un acquedotto in tutto questo tempo? “Sono le condizioni del Paese ad impedire una certa tipologia di aiuto”, spiega.  L’emergenza sanitaria è perenne, il recente passaggio degli uragani Isaac e Sandy ha portato ad un nuovo picco di colera (sono 7800 i morti dallo scoppio dell’epidemia) “ma anche l’Aids continua a mietere vittime a macchia d’olio”, racconta la francescana.

pxNell’agosto 2011 è stato ucciso Lucien, il braccio destro di Suor Marcella, morto ammazzato dinanzi alla clinica che insieme avevano aperto a Wharf Jeremie, un quartiere discarica in cui vivono 70 mila persone.

E’ passato più di un anno da allora, ma la situazione non è affatto migliorata. “Viviamo sotto costante minaccia, entrano con le pistole, sparano, spargono terrore. Sono i signorotti locali, vogliono che io paghi il pizzo per avere la loro protezione. Nello scorso aprile ci hanno messo i lucchetti, impedendoci di lavorare per tre settimane. Quattro neonati sono morti perché non son stati assistiti”, racconta. Suor Marcella non si è mai piegata, fino a tre giorni fa: “Hanno minacciato un altro dei miei ragazzi, lo avrebbero ucciso se non gli consegnavo subito 500 dollari, cosa potevo fare?”. E’ un messaggio drammatico quello che lancia la missionaria. In questi giorni ha chiuso la clinica, in segno di protesta, e si chiede se tornerà mai ad aprirla: “Perché non è cedendo al ricatto che si costruisce qualcosa di buono”.

 

 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato il 12 Gennaio 2013  su La Stampa

Disponibile in versione pdf: Haiti, la scuola per ripartire

 

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Caro Grillo, IMPARA.

441866_beppe grilloCaro Grillo,
Pare che ieri tu abbia esordito così: “E’ chiaro che un ragazzo che prende dieci euro ad articolo non va a controllare le fonti dei suoi articoli: fa un articolo, lo sbaglia, fa un altrocontro-articolo, poi fa una smentita, fa tre articoli e porta acasa uno stipendio. E’ questa l’informazione”. [...]

Quoto e straquoto la risposta del collega Emilio Fabio Torsello su http://www.dirittodicritica.com/2013/02/21/caro-grillo-lascia-che-ti-spieghi-il-giornalismo-precario/

Ed aggiungo una piccola nota.

Caro Grillo,

sciacquati la bocca prima di parlare dei giornalisti cosiddetti “Precari”, gli unici, forse, ad uscire puliti da questa tornata elettorale.

Loro non si “gonfiano” i cv con lauree, corsi e master fasulli. Loro quei titoli li hanno davvero, ma spesso sono costretti a nasconderli, perché altrimenti “costerebbero” troppo ai grandi che tu tanto decanti. E quel tesserino così sudato diventa un ostacolo, non un varco.

Loro non urlano. Parlano.
Non condannano. Indagano.
Non vanno avanti con slogan. Spiegano.

Impara caro Grillo, IMPARA.

Giornalismo precario

FIRMATO: Una Giornalista Pubblicista Dottoressa Libera Professionista PRECARIA

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