Facce da libro: noi che celebriamo la lettura ad alta voce

Flash book mob a Roma, in piazza Farnese. Autori, editori e semplici lettori si sono dati appuntamento, tramite i social network, per un’iniziativa culturale. A un orario prestabilito hanno risuonato i fischietti, e tutti si sono messi a leggere, a voce alta o in silenzio. Ecco le foto e il video.

ROMA – Piazza Farnese, alle 19.30 va in scena un flash book mob. L’occasione è la giornata mondiale del libro e iniziative simili si sono tenute in Italia a Milano e Torino. Ad organizzare l’evento un gruppo di case editrici emergenti: Iperborea, Nottetempo, Minimum Fax, Voland, Donzelli Editor, Instaro Linri e La nuova Frontiera.

Romina Vinci

(foto e video)

Pubblicato il 24 Maggio 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/flash-book-mob

I soliti idioti

Stamani ho avuto l’ “onore” di incontrare uno dei tanti guru del mio mestiere.  Uno di quelli che può ancora riconoscersi nella figura mitologica del “corrispondente”   e che,  ben saldo nella sua poltrona, da  oltreoceano osserva con fare saccente l’evolversi scialbo della situazione italiana.  Tralascio il contesto nel quale è partorito l’incontro, ma non posso tralasciare le parole che lui, salito in cattedra, si è sentito di spendere nei miei riguardi.

“Se posso permettermi di  darti un consiglio – mi dice –  ti invito a cambiare mestiere”.

“Sono sei anni che mi danno questo consiglio, e puntualmente lo rispedisco al mittente”, rispondo io.

“Ma il discorso è più semplice di quel che sembra:  se tu pensi di avere una vocazione, forte come potrebbe esser quella di farsi suora, io ti dico di continuare. Ma se sei nel dubbio, se ti trovi dinanzi a un bivio beh… tieniti lontano dall’imboccare questa strada”.

“E’ come se portassi il velo da sempre”, rispondo io con voce fioca.

“Pensa però, e rifletti bene: questo presente sarà anche il tuo futuro. Non c’è rivalsa, non c’è possibilità di miglioramento. Io sono fortunato, faccio parte dell’ultima casta di privilegiati. Siamo tutelati e ce la passiamo bene. Dopo di noi però non c’è più nulla, i soldi ormai son finiti, non girano più”, conclude sentenziando.

E avrei tanto voluto sentenziare anch’io: “E certo, ve li siete mangiati tutti e continuate a farlo con disinvoltura”. Ma non l’ho fatto, e il mio silenzio forse è stato più tremendo delle sue parole.

Quell’incontro  fugace e quanto mai indesiderato, però, non è stato scevro di conseguenze. Per tutto il pomeriggio, e buona parte della serata, nella mia mente continuava a risuonare, come un ritornello martellante,  quella unica, medesima, maledetta frase: “Questo presente sarà il tuo futuro”.

Ho provato a svagarmi, ma non è servito, e neanche la magia della città eterna  ha potuto niente questa volta. Ed allora provo a rispondere  a quel guru con l’unica arma che ho a disposizione, la scrittura.

Caro guru,

ti auguro di vivere tutte le sopraffazioni, le umiliazioni, i bocconi amari che ho vissuto io, e quelli della mia “generazione di sfigati”. Ti auguro di sentirti sfinito, stremato. Ti auguro di patire e di soffrire, come un pesce intrappolato a riva,  che vede il mare ma non ha la forza per raggiungerlo,  e a cui di tanto in tanto danno una goccia, solo per aumentarne l’agonia. Ti auguro di vivere nell’attesa di quella goccia, sapendo che non sarà in grado di strapparti dalla fine che ti attende.
  

Ti auguro di toglierti un paio di zeri dal tuo reddito, ed anche la cravatta.

Ti auguro di iniziare un percorso e poi doverti fermare, e con la coda tra le gambe tornare a bussare a casa dei tuoi, perché  tu l’affitto non riesci più a pagartelo.

Ti auguro di lavorare anche diciotto ore al giorno, ma senza vedere un euro, e prenderti una pacca sulla spalla qual fosse l’unica ricompensa a te concessa. E ti auguro di andare a lavorare nei weekend, come aiuto cuoco/lavapiatti in una pizzeria. E tagliuzzarti le dita perché  tu in cucina sei sempre stato una schiappa.  Ti auguro di attaccare alle 6 di pomeriggio del sabato, e staccare alle 4 del mattino seguente, per prendere 33 euro senza mance, perché quelle spettano solo ai camerieri. Ti auguro di sopportare tutto per mettere soldi da parte per andare in America, e giungere negli States per scoprire che non sono più l’Eldorado. Ti auguro di volere al tuo fianco qualcuno che ti comprenda e riesca a starti vicino, e trovarne invece soltanto di disposti a sfruttarti approfittando della tua buona fede.

E ti auguro di fare una settimana di prova ad un call center, ovviamente non pagata, perché tu ti devi “formare”. Sentirti mandare al diavolo più e più volte per la tua invadenza, e nonostante tutto continuare a chiamare. Ti auguro di superare quel periodo di prova e firmare il tuo primo contratto a progetto, cento euro per cinque giornate di lavoro.  Ma son soldi che vedi soltanto a raggiungimento dell’obiettivo , e quando l’obiettivo equivale a realizzare cento interviste in quel lasso di tempo tu ci provi, ma di euro ne vedrai ben pochi, i colpi invece sì, quelli li riceverai a bizzeffe, e con tanto di interessi.   

E poi ti auguro di doverti aprire una Partita Iva come Libero Professionista, che ti spacciano quale l’unica soluzione possibile al tuo essere, e tu sai bene che ti danneggerà solamente, e che la  libertà è un lusso che non ti puoi concedere.

E ti auguro di doverti sempre piegare, e dire grazie. Chiudendo ogni mail con un grazie, anche se è rivolta a chi ti ha spremuto fino all’osso, per poi buttarti nel cestino.

Ma soprattutto ti auguro di  trovare la forza di andare avanti, proporre sempre nuovi progetti, la voglia di metterti in gioco per inseguire qualcosa che forse sì, dovresti iniziare a chiamare vocazione.

A quel punto, solo a quel punto, ti voglio incontrare. E lo farò in uno dei tanti momenti di fragilità che condiscono le tue giornate.

Fermarti, offrirti un caffè,  parlarti, soprattutto ascoltarti, e infine dirti: “Vai, non mollare, continua a lottare, perché il presente è una merda, ma il futuro è tutto da scrivere”.  

Distinti saluti, e a risentirci, guru.

Ciao, solito idiota.

L’Aquila, dove Grillo fa flop e il Pdl scompare

Nell’Abruzzo che fa diventare Moccia primo cittadino, si vota anche a L’Aquila. Al ballottaggio vanno l’uscente Cialente, del Pd, e Giorgio De Matteis, capo del Mpa abruzzese. Un risultato che certifica, nella città del terremoto e della faticosa ricostruzione, la liquefazione del Pdl e l’irrilevanza di Grillo.

“Scusa se ti chiamo sindaco”: il nuovo tormentone del web viene fuori direttamente dall’Abruzzo dove, lo scrittore Federico Moccia, è stato eletto primo cittadino del piccolo comune di Rosello in provincia di Chieti. Voto plebiscitario per lui. Ma chissà se, giusto per rimanere in tema, parafrasando il regista e scrittore romano, provano l’emozione di sentirsi “Tre metri sopra il cielo” Massimo Cialente e Giorgio De Matteis a L’Aquila: sono loro infatti che andranno a contendersi tra quindici giorni la fascia di primo cittadino del capoluogo abruzzese.
Ballottaggio dunque il capoluogo abruzzese. E c’era da aspettarselo. L’Aquila del post terremoto si è presentata alle urne con 22 liste e ben otto candidati sindaco, un’eccessiva frammentazione che ha fatto storcere la bocca a quanti, da parte propria, si aspettavano soltanto unità e coesione in nome della ricostruzione.
Un testa a testa quello tra Cialente e De Matteis che si è profilato fin dai primi scrutini e si è andato a delineare con il passare delle ore. A dividerli una forbice di poco superiore ai 10 punti a favore del sindaco uscente di centrosinistra che, viene fuori dal primo turno forte del 40,71% delle preferenze. Giorgio De Matteis invece, referente abruzzese del Mpa, già vicepresidente del consiglio regionale e fautore di una coalizione di grandi intese di cui fanno parte espressioni civiche, moderati, delusi della scelta del centrodestra, si è attestato sul 29,69%. La città terremotata per la prima volta al voto dopo il sisma del 2009 si è apprestata a sostenere il test più importante e delicato, non solo sotto il profilo politico.

“La campagna elettorale è stata un tiro al piccione contro Cialente, sette candidati uniti nell’obiettivo di mettere in cattiva luce l’operato del sindaco che ha dovuto affrontare l’emergenza terremoto”, ha dichiarato a margine l’ex Presidente della provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane, Pd.
Grande outsider rimasto fuori dai conti il pidiellino Pierluigi Properzi. Chi si aspettava una sfida a tre è rimasto deluso: l’esponente del Pdl non è andato oltre l’8,17% dei voti. “Un risultato inferiore alle mie aspettative” ha affermato infatti Properzi. Un decremento che riflette l’andamento nazionale del Popolo della Libertà uscito con le ossa abbastanza rotte da questa prima tornata elettorale.
Ma il flop del Pdl è uno dei pochi trade che accomuna la tornata elettorale aquilana al resto d’Italia.

Se tutta la nazione è scossa e galvanizzata dal successo del Movimento a 5 Stelle, nell’aquilano i grillini non han avuto molto seguito. Anzi: la “grillina”, per la precisione. Enza Blundo, unica quota rosa in lista contro sette uomini, si è fermata all’1,74%. I discorsi di Beppe Grillo, nel territorio aquilano, non hanno avuto adito.
Altro dato in controtendenza rispetto alla media nazionale l’affluenza alle urne: in Abruzzo ha votato il 70,60% della popolazione, un dato in crescita rispetto alla media nazionale che si attesta attorno al 67%, sintomo che la partecipazione attiva dei cittadini, nell’Abruzzo post terremoto, non è venuta affatto meno.
Tonfo dell’antipolitica e fiducia dichiarata verso l’attuale classe dirigente? Chissà. Certo gli interrogativi permangono, in primis sul comportamento del terzo polo che si è presentato all’appuntamento elettorale smembrato su tre liste diverse.
Al fianco del sindaco uscente Cialente si è schierata l’Api di Rutelli, a sostegno di De Matteis invece l’Udc di Casini, ha scelto invece di correre da solo Futuro e Libertà, con il candidato Enrico Verini (2,62%).

“Abbiamo raggiunto un primo grande risultato, smentendo i sondaggi che davano la vittoria del centrosinistra al primo turno. La crescita della nostra coalizione è la dimostrazione lampante che la città è alla ricerca di una svolta”, ha dichiarato il referente di Mpa, che subito tende la mano agli altri candidati: “Io mi rivolgo a Properzi e a tutti gli altri che hanno creduto di poter dare un loro contributo alla città non appoggiando l’amministrazione uscente di continuare a credere che ci possa essere un cambiamento” . Parola di Giorgio De Matteis.
Replica Massimo Cialente: “Siamo al ballottaggio, d’altra parte con otto candidati sindaco era matematicamente impossibile farcela al primo turno”. Ma allo stesso tempo però riconosce che se l’Idv, alleato e presente in Giunta fino a pochi giorni prima della fine della legislatura, fosse rimasta nella coalizione di centrosinistra “ci sarebbe stata la vittoria al primo turno”. Nessun allarmismo però in vista dell’appuntamento fra due settimane: “Il rapporto si può ricucire, soprattutto con gli elettori”.

Da segnalare, infine, il 5,72% di voti andato alla lista civica di Vincenzo Vittorini, L’Aquila che vogliamo, il medico chirurgo che è sceso in politica dopo aver perso moglie e una figlia nel terremoto del 2009, facendo propri gli ideali di voglia di riscatto e rinascita. Chiudono i conti Angelo Mancini, Idv (6,32%), e la lista civica di Ettore Di Cesare (5%).

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato l’8 Maggio 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su:http://www.linkiesta.it/l%E2%80%99aquila-elezioni-amministrative-cialente

 

Bianco, rosso e….Miami

“Una città dal cuore latino con spiagge sconfinate, un’estate lunga undici mesi e numerose opportunità. Qui, attorno agli Anni ’90, gli italiani hanno deciso di trasferirsi per investire sul loro futuro. Molti ce l’hanno fatta. Un Paradiso in terra? Sì, ma da guadagnare con impegno e rispetto delle regole”

Chi può dire di non aver mai voluto vestire i panni, almeno una volta nella sua vita, di Sonny Crockett e Riccardo Tubbs, epici protagonisti di Miami Vice, sognando di sfrecciare al bordo della loro bianca Ferrari Testarossa, e percorrere in lungo e in largo le mitiche strade della Florida? E quanti, ammaliati dalla nostalgia di quegli anni Ottanta, non rinunciano a seguire, ancora oggi, le tante serie poliziesche nate sulle rive della città più caliente degli States?

Sarà per il suo cuore latino, sarà per il suo esser un ponte con il Sud America, sarà per i suoi undici mesi d’estate, sarà per le sue spiagge sconfinate, sarà per il fermento dei suoi grattacieli. Sarà per tutti questi motivi, e per tanti altri ancora, che l’American Dream di molti italiani sfocia proprio a Miami. E qui che risiede la comunità italiana più numerosa degli USA, se ne contano trentamila nel South Florida, un numero però sempre variabile, ed in costante crescita.

A partire dalla fine del 2009, come risposta alla crisi economica, molti connazionali hanno guardato oltreoceano spinti, soprattutto, dal cambio favorevole euro-dollaro. Grandi imprese italiane hanno deciso di “sbarcare” in Florida, creando rilevanti poli occupazionali.  Nel 2010 sono stati registrati investimenti italiani pari a 2,2 miliardi di dollari, ed il numero delle imprese italiane è più che raddoppiato.  E così, nella città più glamour e cosmopolita degli USA, il gusto italiano la fa da padrone, soprattutto nel design: lo si capisce dalla presenza di show room nel celebre Design District, ma anche dall’arredamento italian style che trionfa  nei principali alberghi e case private.

Il nostro bel Paese si fa valere a Miami, e non poco. Dalla medicina alla nautica, dalla ristorazione all’ultralusso, sono molti i settori che pullulano di eccellenze italiane. A spiegarne i motivi ci pensa Giampiero Di Persia, da anni attivo nella distribuzione di mobili del gruppo Poltrone Frau: “Rispetto ad altre nazionalità che approcciano al mercato statunitense,  noi italiani siamo in grado di far crescere le aziende in maniera molto rapida e, a parità di impegno, primeggiamo nei risultati”. Il perché è presto detto: “In patria siamo stati da sempre abituati -  analizza Di Persia – a lottare con il coltello tra i denti, e a venire a capo di una complicata ed ingarbugliata burocrazia, mentre negli USA è tutto più snello, tutto più easy”.  La sua storia è simile a  quella di molti altri: “Nel 1993 – racconta l’imprenditore romano – subito dopo gli scandali legati a Mani Pulite, ho avuto la netta sensazione che l’Italia avesse imboccato una strada di non ritorno, e così ho cercato spazio altrove. Ho sempre avuto rapporti di lavoro con gli Stati Uniti, anche perché una parte della mia famiglia viveva a Miami, è per questo che ho deciso di fare il grande passo”.

Un tempo comunità chiusa e ristretta, oggi gli italoamericani sono molto aperti verso l’esterno e coesi nell’aiutare i loro compatrioti, rivendicando la fierezza delle proprie radici.   Eppure, l’onda migratoria verso Miami ha  iniziato la sua ascesa negli anni Novanta. Parla uno dei pionieri d’allora:  Michele Merlo, classe ’58, ristoratore e sommelier, è giunto nella capitale della Florida nel 1993: “L’American Dream non è un’utopia, ma una quotidianità qui, Miami  è l’unico paese che ti dà speranza, energia, una costante adrenalina per metterti in gioco”. Michele Merlo, originario di Bassano del Grappa “downtown”, non rimpiange la sua scelta di aver messo le radici lontano dalla madrepatria: “La Florida è un paradiso, soprattutto nell’alta stagione”.  “Dell’Italia – afferma -  mi mancano le risate al bar, gli odori, mi manca Venezia con la nebbia, però c’è da dire che la telematica ha abbattuto tutti i confini, ed io ogni giorno parlo con la mia famiglia vicentina”.   Recentemente, la rivista Fobes, ha definito Miami una delle città più connesse al mondo, la rete wifi infatti è molto sviluppata e consente di connettersi gratuitamente in ogni luogo pubblico, spesso anche dalla spiaggia.

Il ristoratore  bassanese ha una quarantina di dipendenti, e nel suo microcosmo si riflette uno dei tratti distintivi di Miami: il multiculturalismo. “Il 10% del personale è italiano – precisa –  ci sono poi americani e sudamericani, soprattutto provenienti dall’Honduras e dal Guatemala, siamo una grande famiglia”.

Anche Luca Di Falco ha lo stesso numero di dipendenti da gestire, ed è  general manager in una grande catena di ristoranti italiani di Naples, una località che, a scapito del nome, non ha nulla di partenopeo, e dista  un’ora da Miami. “Durante la mia gestione il ristorante ha raddoppiato le vendite, dandomi tanta soddisfazione e visibilità”, afferma Luca con un pizzico di orgoglio. Nato a Catania nel 1979, ha lasciato la Sicilia a diciotto anni, in tasca un diploma  di scuola alberghiera, ed ha collezionato esperienze in vari hotel di lusso. E’ approdato  a Miami nel 2002, e non è più andato via. Luca è soddisfatto dei suoi 32 anni, e dice: “Sono fidanzato con la donna dei miei sogni, anche mia sorella vive a Miami, e questo mi fa sentire ancora più a casa”.

C’è anche Luca Gregorio, Direttore Commerciale della MSC  USA, avvocato di Roma, il quale risiede in Florida da più di dieci anni. “Mi affascinava l’America – racconta -  e così ho deciso di trasferirmi  cominciando la mia carriera nello Shipping Internazionale: ho vissuto prima a New York poi, nel 2001, sono arrivato a Miami, e ci sono rimasto. E’ una città molto interessante,  si respira il sapore sudamericano, un’influenza che a noi italiani piace tanto”. Luca Gregorio conserva un forte legame con la madrepatria: “La maggior parte delle mie amicizie qui è italiana – dice – Miami è a tutti gli effetti una delle città più importanti in America, con un potenziale notevole di crescita economica, e punto di approdo anche di interessanti realtà imprenditoriali italiane”. 

Ma se c’è un vincolo che pone un freno alle ambizioni italiane negli USA: è la difficoltà di ottenere un visto, la cosiddetta green card.  Lavorare regolarmente negli Stati Uniti infatti vuol dire farsi sponsorizzare da un’azienda, e poche sono disposte a farlo. “Molti italiani non prestano attenzione al limite dei novanta giorni previsto dal visto turistico, pensano che si tratti di una scadenza indicativa, invece è tassativa – denunciano dal Consolato –  e così facendo non si rendono conto dei rischi a cui vanno incontro.  Basta farsi un giorno da irregolare negli Stati Uniti per essere marchiato a vita”.  Eclissano l’argomento Giuseppe e Francesco, due ragazzi con meno di trent’anni, approdati  sui lidi di Miami Beach – a loro dire – per  fare la stagione. Lavorano come camerieri in uno dei tanti ristoranti che brulica sulla Ocean Drive, la strada che si affaccia sulla chilometrica e paradisiaca spiaggia. Uno originario di Taranto, l’altro di Varese, tra lo sparecchiare una tavola imbandita e il sistemare piatti e bicchieri, non rinunciano a commentare nessuna silhouette che passa loro dinanzi. “Lavorare qui è un piacere” dice Giuseppe sorridendo. “Non accusiamo neanche la fatica ed il clima torrido”, aggiunge Francesco strizzando l’occhio.  Il loro accento diverge e non poco, ma da Miami, dove le differenze creano armonia, anche l’Italia appare più unita, e lo stivale non sembra che disti poi così tanto dalle Alpi.

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato sul numero di Aprile 2012 del mensile 50 & Più.

Disponibile in versione pdf: Miami

Il caso Morosini riapre la polemica sull’assenza di defibrillatori

Oggi è una domenica senza calcio, dopo la morte, ieri, sul campo di Pescara, di Piermario Morosini per un attacco cardiaco. Come in casi analoghi si è aperta la polemica sulla velocità dei soccorsi e sulla necessità di avere un defibrillatore (e persone che sappiano usarlo) in ogni impianto sportivo. Ma cos’è un defibrillatore? Quanto costa? E davvero può salvare la vita? Lo abbiamo chiesto al dottor Vincenzo Castelli che nel 2006 perse suo figlio su un campo di calcio

Heart Graffiti (da Flickr; Damork)

Una bandiera nera avvolge il calcio. Campionato fermo a seguito della tragedia consumata sul campo del Pescara durante la gara contro il Livorno. Era da poco passata la prima mezzora di gioco quando Piermario Morosini, centrocampista di venticinque anni, è vittima di un malore. Si accascia a terra apparentemente in preda a convulsioni, per due volte tenta di rialzarsi, ma non ce la fa. Arresto cardiaco, Piermario Morosini si spegne un’ora dopo al Pronto Soccorso dell’ospedale di Pescara. Ma si può morire inseguendo un pallone che rotola? Lo abbiamo chiesto al dottor Vincenzo Castelli, che ha dato vita ad una fondazione che si occupa di prevenzione e cura delle malattie cardio-vascolari, nata all’indomani della morte di suo figlio Giorgio, avvenuta a Roma il 24 Febbraio 2006 su un campo di gioco per arresto cardiaco.

Dottor Castelli, il mondo del calcio e non solo è sgomento di fronte alla precoce morte del giocatore Piermario Morosini, colpito da arresto cardiaco durante la partita Pescara – Livorno. Perché si continua a morire sui campi di calcio? 
Continua ad essere sbagliata l’informazione che ne viene fuori. Si innescano polemiche inutili, si dà la colpa ai soccorsi, che sono arrivati tardi, quando invece il problema è più a monte: chi è vittima di un arresto cardiaco ha a disposizione tre, quattro, cinque minuti al massimo per essere salvato, per questo solo un repentino intervento e solo con attrezzature adeguate può essere vitale.

Quindi è vana secondo lei la polemica sull’auto dei vigili urbani che avrebbe ostacolato e quindi ritardato l’arrivo dell’ambulanza nell’impianto?
I soccorsi non sarebbero mai arrivati in tempo. In questi casi o si è fortunati e ci si sente male davanti l’ambulanza, ed ecco che è possibile un pronto intervento, altrimenti non ha senso puntare sulla rapidità dei soccorsi perché ripeto, non c’è tempo. È proprio da ciò che si è sviluppato un movimento nel mondo calcistico del volontariato che sostiene che debba essere il testimone che vede un arresto cardiaco il primo a dover intervenire, ovviamente avendone cognizione di causa. Quindi si fanno questi corsi di rianimazione cardio-respiratoria e uso del defibrillatore BLS-D per istruire il non sanitario, il laico ad eseguire queste manovre, poche manovre che però possono salvare una vita.

Quanto costa un defibrillatore?
Un defibrillatore costa 1.300 – 1.400 euro. Per una società calcistica partecipare ad un campionato dilettantistico di Eccellenza significa sborsare oltre seicento mila euro. Per rifare un campo in sintetico la cifra si alza molto di più, fino a sfiorare i sei zeri. Ci son società che hanno bilanci annuali di migliaia di euro, ci son quelle che chiedono un mutuo per realizzare un campo sintetico, o per migliorare l’illuminazione.

Senza contare il giro di cifre che gravita attorno alle quotazioni sul mercato dei singoli calciatori, partendo dal calcio dilettantistico fino ad arrivare nella massima serie. Non è proprio un problema di soldi insomma.
No, non sono i soldi, quel che manca davvero è una coscienza sociale del problema. E non dimentichiamo che non si tratta di una piaga del mondo del professionismo. Oggi è capitato su un campo di serie B, e fa male se consideriamo che l’ultimo caso del genere riguardante un calciatore risale all’89, durante una Bologna-Roma, quando a farne le spese fu il giocatore Lionello Manfredonia, che riuscì a sopravvivere all’arresto cardiaco. Il vero dramma però si sfiora ogni giorno sui campi di calcetto, di volley, di basket, e di molti altri sport. L’ultimo nella pallavolo, tre settimane fa, e ha visto come vittima l’atleta Vigor Bovolenta.

Eppure non si muore sempre. Emblematico il caso del calciatore Fabroce Muamba, colto da arresto cardiaco durante una gara ufficiale della Coppa d’Inghilterra. Subito soccorso è sopravvissuto.
È sopravvissuto perché la defibrillazione è stata fatta direttamente sul campo. I soccorritori per tantissimi minuti hanno insistito con il massaggio cardiaco e le scariche di defibrillazione. I minuti a disposizione sono pochissimi, e vitali. Per questo è fondamentale istruire quante più persone possibili sul corretto utilizzo del defibrillatore.

Dottor Castelli, chi era Giorgio?
Giorgio era mio figlio gemello con Alessio. Tutti e due hanno iniziato a giocare a calcio all’età di otto anni cambiando varie società calcistiche romane. Militavano nel Real Tor Sapienza quando è successo il tragico evento. Giocavano insieme, Alessio è un difensore, Giorgio era un centrocampista, molto grintoso, in campo lo chiamavano “Il Gladiatore”.

Cos’era per Giorgio il calcio, solo una passione o anche qualcosa in più?
Per Giorgio il calcio era anzitutto una grande passione, in famiglia siamo tutti tifosissimi della Roma. Come genitore io volevo che facessero nuoto, ma Giorgio e Alessio non hanno voluto sentire ragioni, loro volevano giocare a calcio e così è stato.

Cosa successe il 26 Febbraio 2006?
Durante una seduta di allenamento serale Giorgio stoppò il pallone che arrivava violentemente con il petto, fece alcuni passi e cadde al suolo. L’ipotesi è che ci sia stato un trauma esterno, banale ma letale.

Chi c’era con Giorgio in quel momento? Lei stava assistendo agli allenamenti?
C’era Alessio che è stato il primo a soccorrerlo. Io ero impegnato in un convegno fuori Roma però ho vissuto tutta la tragedia in diretta perché il fratello mi ha chiamato immediatamente.

E i soccorsi?
I soccorsi ci sono stati ma sono stati vani perchè non avevano il defibrillatore, c’erano altri macchinari, ma non c’era il defibrillatore, perché uno non pensa mai a queste cose.
Da allora ha dato vita ad una Fondazione che porta il nome di suo figlio e che tra le altre cose si occupa di addestrare all’uso del defibrillatore semiautomatico (BLS-D) degli operatori che assistono i giovani nella pratica dell’attività sportiva (allenatori, massaggiatori, dirigenti accompagnatori) .

Un bilancio di questi sei anni di attività?
Il bilancio è positivo, se andiamo con la memoria alla tragedia di Giorgio a quel tempo la cultura dell’emergenza applicata allo sport il 2006 non esisteva affatto. Possiamo quasi definirlo l’anno zero. Oggi il tema è più sentito ma deve essere affrontato in maniera capillare e lungimirante. Non basta una Fondazione, non bastano dieci associazioni, servono prese di posizione dirette. Noi stiamo portando avanti una grande battaglia, abbiamo formato 5.500 persone che adesso sono in grado di utilizzare il defibrillatore, ed abbiamo consegnato più di trecento macchinari nei campi di calcio di Roma e Provincia.

La tragedia di Piermario Morosini potrà dare il là ad un’ampia divulgazione mediatica di questa problematica a suo avviso?
Me lo auguro. L’arresto cardiaco non è prevedibile, ma la presenza di un defibrillatore nei luoghi pubblici è di vitale importanza. Un macchinario che va saputo usare però: poche manovre, basta conoscere poche manovre, accessibili anche ai non addetti ai lavori. La mission che porta avanti la mia Fondazione è sensibilizzare l’opinione pubblica, far capire ad allenatori, massaggiatori, dirigenti accompagnatori di quanto possa essere importante esser capaci di utilizzare il defibrillatore. Un appello che estendo anche a genitori, fratelli, semplici cittadini, perché tutti, e dico tutti, possono ritrovarsi ad essere testimoni di un arresto cardiaco.

Vincenzo Castelli, lei è un medico, svolge una professione che le permette di salvare tante vite umane, ma che non è servita a salvare quella di suo figlio, cosa si prova in questi casi, quando neanche la medicina può far niente?
Il mio più grande cruccio è il fatto di non esserci quel giorno, in quel momento. Però poi razionalmente mi dico che neanche io forse avrei potuto fare niente in quell’occasione, senza defibrillatore, e allora magari è stato meglio che non c’ero, il dolore e la rabbia sarebbero stati ancora maggiori. Ho ripreso a lavorare venti giorni dopo la tragedia, e subito è capitato che in corsia ho dovuto salvare una persona, beh quella persona l’ho salvata, mio figlio no. È dura da accettare, è tremendamente dura.
Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/defibrillatore

Mauro Corona: «Dobbiamo imparare a farci il cibo da soli»

«Con la crisi è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina», dice l’alpinista, scultore e scrittore Mauro Corona. «Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare».

C’è chi lo ha definito l’uomo che parla agli alberi, nei suoi romanzi e nei suoi racconti riproduce i suoni della natura, porta a galla l’umanità dei boschi e fa emergere un mondo dimenticato dotato di rara bellezza. Forse semplicemente un uomo alla ricerca del suo posto nel mondo, nel corso della sua carriera ha scritto diciotto libri, scalato vette italiane ed estere e realizzato sculture che danno forma ai “sì” e ai “no” della vita. Mauro Corona è originario di Erto, un piccolo paese nella Valle del Vajont. Ha ereditato dal padre la passione per le montagne, per le scalate, per la vita all’aria aperta. Dalla madre il dna della lettura e dal nonno la manualità dell’artigiano, il lavoro del legno e gli attrezzi del mestiere, ma non “l’arte di tacere”.

Nel suo libro La fine del mondo storto (Mondadori, 2010) ha auspicato un riavvicinamento alla terra e all’agricoltura, e ha vinto il premio Bancarella 2011. Lo scorso mese di novembre ha dato alle stampe Come sasso nella corrente (Mondadori, 2011) un libro «per non morire frainteso», una sorta di testamento che consegna ai suoi lettori, e nel quale ripercorre le angherie e le sofferenze di un’infanzia condotta ai margini. È una scrittura sofferta perché lede dentro, scava come uno scalpello l’anima per portare a galla i nodi rimasti irrisolti, un dolore incessante che non trova giovamento. Ne emerge un ritratto di un uomo solo, con una sete d’amore mai sazia. Non chiamatelo artista però, altrimenti succede questo.

Mauro Corona scrittore, scultore, alpinista. Crede che “artista” sia una parola in grado di definirla?
Assolutamente no: la parola artista è una convenzione. Siamo tutti artisti di noi stessi. Già l’atto di nascere e vivere è un arte, anzi, è un lavoro usurante. Non mi ritengo affatto un artista, semmai un buon artigiano. Non vedo differenza tra scrivere, scalare o scolpire: si tratta sempre di togliere. Togliere orpelli, togliere oggetti, togliere cose. Quando vado a scalare devo cercare di far meno movimenti possibili, altrimenti mi stanco e rischio di cadere. Quando scrivo devo cercare di usare poche parole, altrimenti realizzo opere prolisse, libri noiosi. E nella scultura devo togliere legno per vedere cosa salta fuori.

Ed allora chi è l’artista?
Forse Dio. Io non ci credo più ma per chi ha fede probabilmente è Lui un’artista, noi umani siamo tutti degli abili professionisti, dei virtuosi. Inorridisco quando in tv sento delle pseudo soubrette definirsi artiste. Bisogna dare il valore giusto a questa parola. Artista chi? Il pianto di fronte ad un bambino malato di leucemia, questo sì che è un gesto artistico, perché viene dall’anima. Il resto sono soltanto pagliacciate e convenzioni.

Nel 2009 nel corso di un’intervista ha dichiarato: «Ben venga la crisi, che Dio la benedica», citando anche un proverbio della tua Erto: “Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”. A due anni di distanza, conferma quelle parole?
Certo, perché l’uomo di sua scelta non è capace di tornare indietro. Ha bisogno di un’imposizione, oppure di una disgrazia. Noi siamo un popolo intelligente, ma anche pigro, e quindi se non c’è qualcuno che ti imponga di mettere il casco tu puoi spaccarti la testa beatamente. Ma io dico: serve una legge per dire metti il casco perché se cadi ti fracassi il cranio? In Italia serve. Ora, con questa crisi, è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, nelle compere, negli acquisti, nel muovere la macchina. Ed allora lo ripeto: ben venga la crisi che ri-umanizza l’uomo.

Qual è il modo per uscirne?
Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo, e non pretendere di andarlo a comprare. Dobbiamo smetterla di investire sulle industrie, ma tornare a fare i contadini. Perché se ti fai il mangiare diventi invincibile perché hai tutto: animali, riso, frumento, insalata, verdure, frutta. Ma io dico, cosa faceva Steve Jobs per vivere? Mangiava computer?

No, però ha scelto il logo della mela per il suo Mac
Lo so che è un’utopia ridicola, e può sembrare ridicola e patetica. Ma se viene la fame bisogna imparare a sostentarsi, perché i soldi non li mangi.

Come definiresti il modo di fare informazione in Italia?
Politicizzato, bieco e spietato. Non c’è più la lealtà tra gli uomini. Portiamo l’esempio di Luca Abbà, l’attivista No Tav folgorato su di un traliccio. Bisogna dare la notizia che un uomo è salito su un traliccio ed è rimasto fulminato precipitando giù, però c’è il giornalista che dà la colpa alla foga dei poliziotti che lo inseguivano per catturarlo, e il giornalista che ti scrive senza giri di parole che si è comportato come un cretino. Ecco l’informazione in Italia, sempre schierata. Io do una notizia ma la piego. È questa la blasfemia. Dov’è il giornalista pulito che fa l’informazione pulita? Non esiste. Perché l’uomo va educato alla lealtà prima che gli venga messo in mano un mestiere.

Perché è un mondo storto quello in cui viviamo?
L’uomo non è mai contento, e crede che la sua felicità sia nella ricerca del di più. La natura invece ha capito, è come una grande montagna, domina tutto il paesaggio e vede se stiamo percorrendo la strada sbagliata. Perché se io cammino su un pendio in cui ha appena nevicato rischio di venir travolto dalla valanga. La nostra umanità da sempre cammina su questi pendii pericolosi, ed ora la valanga è venuta giù. Il mondo storto è stato allontanarci dal contatto con la terra. Perché bisogna indossare una maglietta da mille e quattrocento euro, soltanto perché porta la griffe di Dolce e Gabbana? Perché per guardare l’ora serve un Rolex da 60mila euro? Noi cerchiamo l’inutile. L’uomo non sarà mai felice perché vuole sempre quel che non ha, è tutta qui la chiave. Bisogna tornare all’essenziale. Mangiare poco, un pasto al giorno, ed investire nel tempo libero: la gente non ha più tempo per stare un’ora con i figli, ma è questo qui il mondo?

Dice che i soldi non sono importanti, che bisogna tornare alla natura e all’orto. Ma allora perché scrive per la maggiore case editrice italiana e perché vive di scrittura? È come se parlassi male di un mondo che – volente o nolente – l’ha in ogni caso contaminata.
Avevo bisogno di soldi, ho sempre vissuto nella miseria. Ho allevato i miei figli nella povertà, per un anno ho dormito con mia moglie in un sacco a pelo. Ricordo che chiamavo il notaio, l’avvocato, il medico di turno, gli “amici”, esortandoli a comprare qualche mia scultura, perché ero alla disperata. Sculture per altro belle, non l’ho detto io ma i critici. Chiedevo 500mila lire, loro me ne davano 300mila perché sapevano che io non potevo rifiutare. E quindi lo dico senza vergogna, ho cercato il denaro, ma l’ho distribuito tra i miei figli e mia moglie, perché lei ha pagato un prezzo molto alto per avere un uomo come me al suo fianco, ha patito molte umiliazioni. Son riuscito a far studiare quattro figli all’università, a comprare una casetta, ma non ho un centesimo a mio carico. Non si dovrebbero dire queste cose, ma faccio molte donazioni di denaro ad amici e ai poveri. Per quanto riguarda la Mondadori beh, ho sempre dichiarato di non esser un sostenitore di Berlusconi, mai l’ho votato e mai lo voterò però la sua casa editrice dal lato professionale è la migliore. È un’azienda eccellente e – a differenza di molte altre – paga i suoi autori. Ed allora non sono uno che sputa nel piatto in cui mangia, e non condivido la scelta di esimi autori che adesso sono andati via dalla Mondadori. Io lo sapevo già quindici anni fa chi fosse il proprietario della casa editrice, è inutile che scappi via oggi che il vento è cambiato, basta con questa demagogia fine a se stessa.

Da uomo solitario a uno degli scrittori più apprezzati d’Italia: come si compie questo passo?
Ho cercato la gloria per uscire dal pantano della vita. Ho scritto libri per non morire frainteso e per salvare una memoria che annienta soprattutto gli ultimi, cancellandoli dalla faccia del mondo. Che questo mi abbia portato una certa fama non mi dispiace, ma come diceva Gabriel Garcia Marquez “la notorietà una cosa buona per uno scrittore, ma va tenuta a bada”. Ed io sono stanco di tutto questo perché mi ha tolto gran parte della mia vita antica, a contatto con le montagne e con la terra. È lì che voglio tornare, sparendo da questa popolarità.

Il tuo ultimo libro, Come sasso nella corrente, può essere letto come un testamento che concede ai tuoi lettori. Averlo scritto implica che è iniziata la sua parabola discendente, oppure ascendente, perché è un ritorno indietro a ciò che la fa stare bene?
Entrambe le cose. È discendente nel cammino della vita, perché ormai ho 62 anni, non mi sento vecchio ma devo iniziare a tirare i conti, e quindi il mio tempo, da qui in avanti, diventa preziosissimo. Ma allo stessa maniera è un cammino dolce perché è un ritorno alle origini. Borges narrava la leggenda di un uccello che volava all’indietro, non gli interessava sapere dove sarebbe andato a finire, ma ricordare da dove era partito. Io ho bisogno della mia naturalità.

Racconti di un’infanzia sofferta, di violenze fisiche e psicologiche da parte di due genitori che non sono stati modelli di vita. Li ha perdonati? 
Ho fatto una vita infame, un’infanzia maledetta e disgregata con un padre violento, picchiatore e alcolizzato, e una madre che per sfuggire al suo uomo abbandona i suoi figli piccoli. Ormai sono entrambi morti, li ho perdonati, sì, però io non dimentico. Sto per dire una cosa orribile: lui è morto cinque anni fa, lei da pochi mesi, ebbene, nonostante io li amassi ed ho pianto per loro, devo dire che mi hanno fatto un piacere perché adesso, non vedendoli più, posso dire finalmente di aver chiuso una pagina, non sono più un figlio.

Il rancore brucia ancora dentro di lei.
Non hanno mai reso i conti, non hanno mai detto niente, mai una verità, un perché, nulla. Una carezza, un gesto d’affetto, un bicchiere: niente. Quando andavamo al bar ognuno pagava il proprio conto, io volevo offrire loro, e invece “No, non ho bisogno” hanno sempre risposto scrollando il capo. Questa crudezza non è obliabile. Non ho rancore ma non dimentico. Queste ombre tornano a cercarmi, perché un bambino non chiede altro che una carezza ed un pasto al giorno. Io non ho avuto né l’una e né l’altro. Sono andato a elemosina, nei paesi della valle a chiedere la carità, a otto, nove, dieci, undici anni. L’estate lavoravo nei cantieri, da giugno a settembre, gratis, soltanto vitto e alloggio. Io la gavetta l’ho fatta, checché se ne dica. Se mi è capitata un po’ di luce ringrazio qualcuno, ma nessuno mi ha mai regalato niente, non ho mai avuto né raccomandazioni, né nepotismi, né familismi.

Qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?
I rimpianti sono una dolcezza lontana, una tenera nostalgia. I rimorsi sono come le disgrazie, diventano tali solo quando sono accaduti e non hai più la possibilità di rimediare, di chiedere scusa o tendere la mano. I rimorsi sono cani che ti azzanno le caviglie e ti disossano. Io sono perseguitato dai rimorsi, ed è per questo che reputo la morte una liberazione. E non perché mi mancheranno le montagne, la lettura o le donne, son già in grado di farne a meno di queste cose, ma il riposo eterno mi libererà dai miei rimorsi e da questo naufragio in terra ferma.

In Come sasso nella corrente racconti di come un bambino possa passare il tempo ad incidere una bocca che sorride sugli oggetti che ha intorno. Quanto sono lontani i periodi in cui un mestolo e un cucchiaio erano le uniche cose che ridevano al suo fianco?
Oggi ho i miei figli che mi vogliono bene, ed anche un po’ di amici. Se faccio una resa dei conti però non è cambiato nulla, provo ancora dolore, e dentro di me sono ancora lì che incido la bocca che mi sorride. Non è un caso che un tema ricorrente delle mie sculture sia la maternità. Cerco di scolpire sul legno le cose che non ho avuto dando così loro la dignità di esistere alla luce del sole. Voglio tenere unita la famiglia almeno nelle sculture, ed invece vedo che tutto si sfaglia intorno a me. È passato tanto tempo, eppure io sto ancora cercando di far sorridere i cucchiai.

Qual è il male più grande del nostro tempo?
L’indifferenza, il cinismo, l’egoismo. Sono sempre stati presenti, ma prima lo erano in minor scala. Oggi invece c’è stato il crack, e la gente si arma e ruba quello che non ha prima di decidersi a coltivarlo. Se vogliano andare sul “tecnico” dobbiamo parlare di questi uomini politici che hanno soltanto l’importanza che si danno. Non fanno nulla per noi che invece li abbiamo delegati a renderci la vita migliore. La burocrazia è spaventosa, per fare un esame in ospedale bisogna aspettare anche due anni: è questo il fallimento più grande di una società che viene e verrà bastonata dalla crisi. Lo ripeto: torneremo ad usare le zappe, ma prima ci sarà la barbarie.

Ed invece la cosa più bella?
Il ritorno della natura, la quale c’è sempre stata, ma ogni tanto fa capolino per non farci dimenticare che noi abbiamo i piedi nella terra. La cosa più bella è che torna la neve anche a Roma. Perché non dovrebbe nevicare a Roma?

Romina Vinci

Pubblicato l’8 Aprile 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/intervista-mauro-corona

Tre anni dopo, “Benvenuti a L’Aquila, la nuova Pompei”

Antonello, Mario, Bettina, Peppe, Cristina. Chi è rimasto a L’Aquila ma non riesce a ricominciare e chi ci prova, tra mille difficoltà. A tre anni di distanza dal terremoto, dimenticati da uno Stato che non ha neanche iniziato a ricostruire il centro storico. La “zona rossa” è ancora lì, dalle 3:32 del 6 aprile 2009. Reportage e foto da L’Aquila.

Piazza del Duomo a L'Aquila

L’AQUILA – Ogni mattina porta fiori freschi al cimitero. Giorno dopo giorno, da tre anni a questa parte. Perché la vita di Antonello, che di professione ha sempre fatto il commerciante, si è fermata la notte del 6 aprile 2009. Alle 3:32 un violento sisma ha raso al suolo la sua casa di Sassa, a pochi chilometri dall’Aquila. Nel crollo sono rimasti uccisi sua moglie e i suoi due figli. Anche suo padre è deceduto sotto le macerie. Antonello non era in casa quella notte e per questo è sopravvissuto. Ma il peso che porta dentro è un macigno troppo grande da sopportare. Ogni giorno conduce una lotta contro l’esistenza, contro quella vita che lo ha risparmiato alla tragedia, ma che lui maledice più di ogni altra cosa al mondo. «Ho fatto per venti anni il venditore in piazza del Duomo, vendevo capi d’abbigliamento – confida mentre sorseggia un caffè corretto di buon mattino – ma dopo il terremoto il mercato non è mai più ripartito, siamo in centinaia ad esser rimasti senza lavoro». Antonello per sopravvivere si arrangia facendo lavoretti qua e là, si ostina a tenersi occupato, ma stampati nella mente ha gli sguardi dei figli. Il più piccolo, promettente atleta dell’Aquila Rugby, e il più grande, ingegnere appassionato del suo lavoro. Sono passati tre anni, ma le ferite sono troppo profonde per essere cicatrizzate ed Antonello continua a chiedersi, giorno dopo giorno, perché qualcuno lassù abbia voluto risparmiare la sua vita, anziché quella dei figli.

L’Aquila è una città colpita dal di dentro. La potenza della natura ha causato 309 vittime, distrutto abitazioni, lacerato monumenti, malmesso edifici storici ormai scomparsi dietro i puntellamenti. Entrare nel centro storico, nella tristemente nota “zona rossa”, significa ancor oggi varcare il confine tra realtà e “non” realtà, tra dinamismo e staticità, penetrando in una dimensione quasi surreale. Qualcuno arriva a chiamarla persino la “nuova Pompei”, un paragone che rivela la sua efficacia. Perché le macerie imperversano, oggi come ieri, e gli aquilani continuano ad interrogarsi sul significato della parola “ricostruzione”.

Via Verdi era considerata la strada della cultura del capoluogo, ospitava il nuovo teatro e la scuola Edmondo De Amicis, che già nel marzo 2009 venne chiusa a causa di una scossa che aveva fatto cadere molti calcinacci e terrorizzato i piccoli alunni. Un tempo la strada vibrava di energia e pullulava di persone, oggi è ridotta ad una schiera di puntellamenti, a destra e sinistra, e gli unici viandanti sono dei cani randagi che si aggirano con passo errante alla ricerca di cibo. Seguendoli incrociamo via Corso Vittorio Emanuele, era una delle strade clou della vecchia movida aquilana. Le folate di vento scuotono le saracinesche abbassate, intonando un macabro coro che si propaga in ogni metro di strada.

Ad interrompere la nenia ci pensa Bar Gran Sasso, la cui storia, iniziata nel 1955, ha resistito persino al terremoto del 2009. A gestirlo c’è il signor Mario: «L’edificio non ha subito particolari danni – dice – ma siamo stati fermi più di un anno perché il corso non era transitabile». Bar Gran Sasso ha riaperto i battenti nel luglio 2010, ma un anno e mezzo dopo Mario ancora fatica a far quadrare i conti: «Lo Stato ci ha aiutato i primi tre mesi con un sussidio di tre mensilità da ottocento euro l’una, niente più». Mantenere in vita un’attività in un posto immobile è un atto di coraggio e lui non vuole gettare la spugna. Tra i clienti che non rinunciano ai caffè di Mario c’è Bettina, una simpatica donnina di 71 anni, un metro e mezzo di altezza ma dotata di un’energia da far invidia ad un leone. Si definisce un’aquilana doc. Abbandonata dalla mamma è cresciuta in un orfanotrofio. I sacrifici di una vita per comprare un appartamento tutto suo in località Santa Maria di Farfa, «si affacciava proprio sul Gran Sasso» ricorda sospirando. Perché quell’appartamento ora deve essere raso al suolo: inagibilità “F”, da abbattere. Dopo il terremoto Bettina ha trascorso un anno e mezzo a Pescara, in albergo. Adesso vive in un appartamento nella periferia aquilana. Non conosce nessuno nel suo nuovo quartiere e così passa il tempo cucinando. Se c’è un aspetto che ha riempito di sdegno gli aquilani è stata lo sradicamento del tessuto sociale di una città intera. Nei nuovi complessi antisismici costruiti a raggiera intorno al capoluogo le persone sono state distribuite senza badare a mantenere il concetto di comunità, interi quartieri son così scomparsi, i nuovi mancano di servizi e spesso vengono ridotti allo stato di dormitori.

Bettina non vuole porsi troppe domande sul futuro: «Me la sono sempre cavata e sempre me la caverò», si limita a rispondere. Mario invece sembra rassegnato: «L’Aquila non tornerà più quella di un tempo, servono troppi soldi, il nuovo volto della città ormai è questo». Bisogna percorrere duecento metri per trovare un nuovo negozio aperto. È la cartoleria “La luna” ed il titolare, Peppe, è uno dei tanti aquilani che sono passati, a causa del terremoto, dal benessere alla soglia della povertà. «Il sisma ci ha tolto tutto – dice – la mia casa forse verrà abbattuta, il negozio era molto danneggiato. Ho provato a spostare l’attività in un’altra zona dell’Aquila, ma il prezzo dell’affitto era troppo alto, causa l’aumento incontrollato dei prezzi. Così a luglio 2010 sono riuscito a riavviare l’attività qui, ho pagato diecimila euro per avere l’agibilità parziale dello stabile, ma non ho avuto il supporto di nessuno: né banche, né comune, né Stato. Mi sono indebitato». Proprio il 13 marzo scorso la Confcommercio L’Aquila ha proclamato lo stato di agitazione della categoria puntando il dito contro una classe dirigente colpevole di non esser riuscita a risollevare le sorti di un settore ridotto al baratro a causa del sisma. «È una vergogna – afferma Celso Cioni, direttore regionale Confcommercio in Abruzzo – mille giorni dopo il terremoto il commercio all’Aquila è ancora fermo, finora le parole hanno prevalso sui fatti». Erano novecento le attività aperte all’Aquila, di queste solo una trentina son tornate nel centro storico, altre seicento sono state ricollocate fuori dal loro contesto. «L’inerzia totale delle istituzioni rispetto al rilancio del terziario è agghiacciante – incalza il direttore Cioni – nelle vie della “zona rossa” ci sono ancora tonnellate di macerie». È sufficiente fare un giro per il centro per rendersi conto della veridicità delle parole del portavoce di Confcommercio.

Facciamo tappa a via Accursio, dove c’è la trattoria di Cristina. Davanti il portone è posta una grossa croce di Sant’Andrea in legno, un lucchetto e una catena per tenere a bada gli sciacalli. Di fronte alla trattoria c’è un edificio imploso su se stesso. È la casa in cui Cristina viveva con le sue figlie e suo marito che faceva il tappezziere. Una casa a due piani. La notte del terremoto l’uomo, per mettere in salvo le sue donne, è rimasto intrappolato sotto una trave che gli ha stritolato la spina dorsale. Oggi è paralizzato e guarda la vita da una sedia rotelle. Cristina fatica ad andare avanti e non basta una graziosa dimora del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) a farle tornare il sorriso stampato in volto. Nei primi mesi del 2009 aveva contratto un mutuo di 30mila euro per ristrutturare la sua trattoria. La sua attività è ferma ormai da tre anni, ma lei continua a pagare il debito con la banca.

Il giro nel cuore dell’Aquila si chiude a Piazza Duomo, dove spicca lo striscione “Ricostruiamo l AQ”, ormai emblema di una città intera. Un simbolo però dalla voce strozzata, e senza efficacia alcuna.

Chiesa delle Anime Sante a L'Aquila

Chiesa di San Bernardino

I portici della città

La protesta degli Aquilani

Piazza di San Bernardino

Progetto C.A.S.E. a Paganica

Progetto C.A.S.E. a Sassa

Romina Vinci 

(testo e foto)
Pubblicato il 6 Aprile 2012, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/l-aquila

Le macerie di Haiti (5/5)

Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Perché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.

Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.

Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.

Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.

Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.

Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.

Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.

E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi – dice – perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.

LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d’acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.

Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.

Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.

Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.

Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde – voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.

PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l’onore di trascorrere tanto tempo.

Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l’ospedale di primo livello.

Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.

Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.

A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.

IN VOLO


Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.

Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.

Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.

Romina Vinci

Pubblicato il 17 Marzo 2012, su Carmilla on line.

Disponibile su: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/03/004232.html#004232

PUNTATE PRECEDENTI

Per leggere la prima puntata:http://rominavinci.wordpress.com/2012/02/21/le-macerie-di-haiti-15/

Per leggere la seconda puntata:http://rominavinci.wordpress.com/2012/02/26/le-macerie-di-haiti-25/

Per leggere la terza puntata:  http://rominavinci.wordpress.com/2012/03/04/le-macerie-di-haiti-35/

Le macerie di Haiti (4/5)

La sveglia non è suonata, ma alle 7 in punto ero già pronta, nella piccola cappella che sorge accanto all’ospedale. Mi era stato consigliato di partecipare alla santa messa che ogni mattina celebra Padre Rick, “è un momento indimenticabile”, mi ha detto chi l’aveva già vissuto. Il rito si svolge nello spazio antistante la cappella, perché ci sono due funerali, ed un gran numero di haitiani partecipa alla funzione. Tutti vestono l’abito delle occasioni. Uomini con camicia, giacca e cravatta. Donne di bianco o di nero, o bianco e nero, e scarpe rigorosamente con tacchi. Al di là di un ristretta fetta di popolazione ancorata ai rituali vudu, la maggior parte degli haitiani è cattolica, ed è molto legata alla religione. Padre Rick celebra la messa in creolo e malgrado non capissi nulla il rito non si rivela scevro di emozioni. Perché il dolore di queste persone sfocia nella dimensione più estrema. Una donna, in particolare, la sorella della defunta, sembra posseduta.

Si dimena, si butta a terra, si toglie la maglietta, si getta addosso a tutti. Nelle ultime file poi, in posizione un po’ relegata, ma allo stesso tempo più evidente appunto perché fuori dalla cornice standard, altre tre donne, sedute su di un muretto, ne imitano il delirare. Mi sembrano finte, e mi fanno tornare in mente le prefiche, quelle donne che nel Mezzogiorno venivano pagate per stare al capezzale di un defunto mettendo in scena pianti, grida e gesti di disperazione. Ecco, quelle tre signore poste lì in fondo mi lasciano la stessa impressione: non so se vengano pagate per inscenare simili performance, di certo non metterei la mano sul fuoco nel sostenere il contrario. Al termine della funzione le due bare (e avrei capito soltanto nei giorni seguenti quanto sia un lusso concedersi anche una barra), vengono caricate sul pickup e trasportate nelle celle crematorie che si trovano nello spazio dietro al Saint Damien. Nel tragitto dalla chiesa alla “sepoltura” si mette in scena una piccola processione.

VENTI DOLLARI

Sapevo che Padre Rick si reca quasi tutte le mattine in visita al quartiere slum di Cité Soleil, e così ieri gli ho chiesto se potevo accompagnarlo. Lui ha acconsentito con quel classico sorriso di premura che non nega a nessuno. Così al termine dei funerali mi reco nel suo ufficio. Sta sistemando alcuni medicinali. Iniziamo a conversare. Mi chiede se ho paura di andare in moto. Io rispondo di no, con un fare compiaciuto: ho avuto una bella palestra a Delmas, e grazie al bizzarro conducente ho acquistato una sicurezza in sella invidiabile, neanche mi reggevo più durante gli ultimi trasbordi. “E di un uomo che ti punta la pistola di fronte avresti paura?” mi domanda. Io rimango contrariata, so che non è una battuta fine a se stessa. Non rispondo, e lui mi dice che devo essere preparata, perché può succedere anzi, “succede spesso ultimamente”. Fuori dal suo ufficio c’è Conrad, un caro amico di Padre Rick. Anch’egli statunitense, passa molto tempo ad Haiti, abbracciando la missione di quel che definisce suo fratello. Lo avvicino sperando di trovare il suo conforto, gli chiedo se sia davvero così pericoloso il posto in cui stiamo per andare, lui mi risponde con una strana espressione in volto ed esclama: “Oh yes”.

Arriva Roseline, è una ragazza cresciuta in N.P.H., ha la mia stessa età e parla cinque lingue, tra cui l’italiano perfettamente. Roseline è la mia guida e la mia interprete. E’ lei che ha organizzato tutte le attività scandendo le mie giornate e, sin dal primo giorno che ci stiamo viste, mi ha sconsigliato di andare a Cité Soleil. E non senza un perché: pochi giorni prima del mio arrivo Roseline stessa è stata aggredita, mentre viaggiava su di un mezzo dell’ospedale con altre due persone. Dei ragazzi son sbucati sulla strada e hanno bloccato la vettura. Li hanno fatti scendere minacciandoli con la pistola. Roseline ha tentato di farli ragionare, perché è proibito aggredire personale sanitario, ma loro non hanno voluto ascoltare giustificazioni. Si son fatti consegnare il cellulare di Roseline e dell’autista, ed i soldi che avevano in tasca, e solo a quel punto li hanno lasciati liberi di andarsene. E’ stata chiara ieri Roseline:“Non sei obbligata ad andare ma, se vuoi farlo, io non ti accompagno”.

Padre Rick si è allontanato dall’ufficio per sbrigare le ultime faccende, e lei mi ha dato tante indicazioni. Innanzitutto dovevo lasciare tutto al campo. Il cellulare non serviva, idem i documenti, idem oggetti per il makeup o quant’altro. Divieto assoluto di portare la mia reflex, avrei dato troppo nell’occhio. Ma io non posso farne a meno, ho bisogno di raccogliere materiale fotografico. Arriviamo così ad un compromesso: avrei portato la mia macchinetta nascondendola nella borsa a tracollo, lasciando al campo la custodia. Potevo portare un solo obiettivo. E avrei tirato fuori la macchina soltanto se le condizioni lo avrebbero permesso. Infine mi ha fatto mettere venti dollari nel taschino esterno della borsa, “Così se ti aggrediscono glieli dai subito e, se sei fortunata, se li intascano e ti lasciano andare. Mai fare l’errore di uscire senza soldi: gli uomini bianchi hanno per forza del denaro, se gli dici che non hai soldi i ladri si indispettiscono e, se hanno una pistola tra le mani, non ci pensano due volte a premere il grilletto”. Esco dal Saint Damien con le fotocopia del passaporto, il blocknotes, una penna, la macchina fotografica e venti dollari sfusi nella tasca. Una banconota da venti: tanto potrebbe valere la mia vita qui.

LA CITTA’ DEL SOLE

Partiamo con tre moto, siamo in due su ogni mezzo. Il mio driver si chiama Cesar, e viaggiamo in seconda posizione. Padre Rick davanti, e Conrad dietro. In un certo senso potrei anche definirmi scortata. Il viaggio dura una mezzoretta, e i miei occhi pian piano si abituano al contesto, e si stupiscono sempre meno. Eppure c’è una cosa che proprio non riesce a lasciarmi indifferente: su strada c’è il caos completo, in primis negli incroci, però non succede mai niente, si autodisciplinano, e arrivano sempre sani e salvi a destinazione. Un cartello mi informa che siamo ufficialmente entrati a Cité Soleil. Il trambusto aumenta esponenzialmente, le strade son larghe ma la gente vi si riversa al centro ostacolando il passaggio delle mezzi. Andiamo avanti un bel po’, fin quando ci troviamo davanti uno spiazzo enorme completamente pieno di rifiuti. Al termine ecco il mare.

Capisco che siamo giunti a destinazione. Saliamo su questo manto di immondizia, arriviamo fino a costeggiare il mare lasciandolo alla nostra sinistra e, dalla parte opposta, ecco il nostro punto d’arrivo. Scendo dalla moto, do le spalle alla riva e davanti ai miei occhi si materializza quella città del sole che di “idilliaco” conserva soltanto il nome. C’è un grosso tendone al centro. A sinistra dei cantieri in operazione. Sta prendendo vita un grande edificio, in costruzione, ospiterà l’ospedale Saint Mary. E poi ci sono i lavori in corso per erigere le abitazioni finanziate dall’azienda che mi ha mandato fin qui. Sono piccole, graziose e color salmone, esprimono allegria. Ancor più in lontananza, nella stessa direzione, una schiera di casette color pastello. A sinistra invece, in una parola: l’inferno. Un grande pantano di fango e rifiuti fa da limite, al di qua della pozzanghera iniziano le baracche, fatte di lamiere vecchie, accantonate l’una sull’altra. Una schiera di bambini corrono in questa palude. Non faccio in tempo a scendere dalla moto che subito mi circondano, io colgo l’attimo, tiro fuori la macchinetta e mi metto a fare foto. Loro sembrano contenti, si agitano, si danno le spinte, cercano di conquistare una posizione privilegiata davanti all’obiettivo e continuano a urlare “you you you”.

Mi viene di fianco un ragazzetto dall’aspetto trendy: jeans, camicia a quadri, occhiali da sole e coppoletta. Ho perso di vista Padre Rick e Conrad, sono sola e cerco un appoggio. Così mi rivolgo a lui chiedendogli se parla inglese, muove la testa in segno di approvazione ed io prendo quel consenso come consacrazione di un patto di fedeltà. Spunta un altro che inizia a parlarmi. E’ più piccolino, si sa esprimere soltanto con alcune frasi di circostanza in inglese, veste una canotta verde fluo e anche lui non rinuncia agli occhiali modello Ray-ban. Mi faccio accompagnare a vedere le casette e loro mi guidano con attenzione, aiutandomi anche a superare i fili che delimitano il perimetro di questi cantieri di fortuna e che, da sola, io non avrei mai visto.

IL SASSO MANCATO

Guidata dai miei due ciceroni d’eccezione perdo di vista Padre Rick. Ecco che lo vedo, circondato da un gruppo di gente. Lui mi viene incontro, tiene la mano ad una bimba. Mi spiega il progetto Fors Lakay, che prevede un gruppo di case e dei servizi di prima necessità per la popolazione quali l’ospedale, dei cyber caffè, una panetteria mobile ed altro. “Per dare il buon esempio”, ribadisce o più volte. Poi chiama Cesar e gli chiede di accompagnarmi a vedere questi Internet Point. Così Cesar va a prender la moto e mi dice di salire. Io ubbidisco, ma lui non fa in tempo ad accendere il motore che ci troviamo completamente accerchiati da un gruppo di ragazzi, che ci ostruiscono il passaggio. Sono gli stessi che poco prima, parlavano con Padre Rick.

Un ragazzo si fa spazio ed inizia ad agitarsi, ha un abbigliamento da basket, ed è evidentemente molto adirato, perché continua ad inveire contro Cesar. Tutti gli altri, in cerchio, stanno zitti, come ad avvalorarne la causa. Ad un certo punto compare un altro giovane, non ricordo neanche il suo volto, so solo che spunta da dietro e tiene nelle mani due grossi massi. Si mette proprio davanti a noi, e ne scaraventa uno con tutta violenza contro la nostra moto, rompendo il cruscotto. Rimango ferma, impassibile, gelata. Stessa cosa Cesar.

Non diamo segni di reazione. Entrambi immobili, temendo il peggio. In mano infatti ha ancora l’altro masso, avrebbe potuto scaraventarcelo in volto, colpire i nostri corpi, avrebbe potuto far di tutto con quell’arma. Gli altri non fanno nulla. C’è un silenzio infinitamente lungo, momenti concitati, attimi che non riesco a quantificare tanto ho il batticuore. Emerge dalla massa il ragazzetto con la coppoletta che, rimasto in silenzio fino ad un attimo prima, adesso prende le parti di Cesar, strillando all’amico colpevole dell’insano gesto. Quest’ultimo però non dà segni di cedimento, eccolo girarsi a sinistra, riconoscere gli altri tre driver di Padre Rick sul camioncino, dirigersi verso di loro e prendere la mira pronto a scaraventare il masso contro l’autista. Ma qualcuno riesce a bloccargli il braccio e ad allontanarlo di qualche metro da noi.

Non è finita però. Perché fanno da sponda tra lì e qui, continuando ad urlare e quando stanno lì e quando stanno qui di fronte a noi. Io sono sempre immobilizzata sulla moto senza fare il minimo movimento con il corpo. Cerco sguardi di comprensione, ma non li trovo. Il ragazzo con la coppoletta è dall’altro lato, il mio cicerone con la maglia verde fluo si è smaterializzato. Provo a conquistare qualche forma di complicità con le ragazze che mi sono intorno. “Loro comprenderanno la mia paura”, continuo a ripetermi nella mente. Ed invece mi guardano tutte con distacco e diffidenza. Comprensione alcuna, percepisco soltanto dell’astio. Spunta un bambino nudo, cammina a cantoni lasciando gocce di pipì sul suo cammino, ma nessuno bada neanche a lui. Vestito di niente e figlio di nessuno, prosegue la sua passeggiata terrificante. Io non apro bocca, resto seduta sulla moto, con le gambe cerco il contatto di quelle di Cesar. E’ come se non parlando, non reagendo, non muovendomi, stessi in qualche modo annullando la mia presenza in quel posto, far sì che io sparisca e passi inosservata. Ma non è così, e lo so bene, perché io sono bianca ed ho una macchinetta al collo, e lo so che quelle proteste sono scoppiate o in qualche modo avvalorate dalla mia presenza. Ho un obbligo morale di sentire e – soprattutto – capire il perché di simili atteggiamenti.

Passano dieci minuti, forse anche qualcosa in più, fin quando trovo il coraggio di chiedere a Cesar cosa stia succedendo. “A lot of problem”, mi risponde lui. Dopo poco mi invita a scendere dalla moto e mi dice di aspettarlo lì, lui sarebbe andato a cercare aiuto nel tendone grande. Se fino a quel momento il fatto di stare insieme a lui mi illudeva di sentirmi sicura, adesso mi sento completamente persa, sola, ed ho una paura fottuta di questo posto e di questa gente. Per fortuna arriva in mio soccorso Conrad che mi dice di andare nel tendone da Padre Rick. Eseguo gli ordini in men che non si dica, padre Rick è seduto su di un tavolo di plastica e visita le persone, la visita arriva fin fuori. Mi spiega il perché di tutto quel che è successo: i ragazzi lì fuori sono arrabbiati perché la distribuzione di riso non è stata spartita ugualmente per tutti, molto di loro è da quattro giorni che non mangiano.

“Let’s go”, mi sento dire da qualcuno che mi poggia la mano sulla spalla, e mi vuole portare fuori dal tendone. Io sono scostante, guardo questi tre uomini ma non capisco chi sono e resto ferma nel mio posto. Arriva di nuovo Conrad in mio soccorso e mi tranquillizza: sono i drivers del camioncino, mi avrebbero accompagnato loro a fare un giro nel quartiere visto che la moto di Cesar è ko. Chiedo scusa in modo dimesso, ho serie difficoltà a riconoscere le persone, non sono in grado di isolare singoli volti dal gruppo, gli haitiani purtroppo mi sembrano tutti uguali. Saliamo tutti e quattro davanti, stiamo un po’ stretti ma questo mi rassicura ancor di più. E’ meglio un mezzo con quattro ruote e dei finestrini, ad un giro in moto partito già nel peggiore dei modi. Al vano di dietro salgono al volo alcuni ragazzetti del posto, tra cui il ragazzo con la maglia fluo, che magicamente ricompare. La situazione di Cité Soleil, diversamente da Delmas, si sviluppa in piano. E rivela una drammaticità ancor più forte. Perché mentre a Delmas gli aiuti non sono mai arrivati, a Cité Soleil sì, e non è difficile capirlo. La maggior parte delle strade è asfaltata, con dei canali ai lati. Il progetto alla base dunque c’è: evitare l’allagamento del manto stradale facendo scorrere l’acqua piovana ai lati. Il punto però è che questi canali sono sommersi di spazzatura, e quindi qualunque criterio logico si annienta.

Maiali e capretti che mangiano nell’immondizia: è questa forse l’immagine più inquietante che mi porto dentro. Oltre ai bambini con i corpi deformati, il loro addome è rigonfio e le spalle così morbide da sembrare spugna: sono gli effetti della malnutrizione, di un’alimentazione squilibrata ricca di carboidrati e povera di proteine. Un camion fermo per strada ci blocca. Stiamo fermi per un po’, con i finestrini chiusi, fin quando arriva un poliziotto. I miei “compagni di viaggio” gli spiegano che sono una giornalista e che devo visitare il quartiere, lui allora sale a bordo e ci fa girare: proseguire per quella strada – a quanto mi è parso di capire – sarebbe stato troppo pericoloso. Così facciamo un percorso secondario, vedo i cyber caffe, e, dopo un po’, capisco che stiamo riprendendo la via dell’ospedale, senza tornare da Padre Rick.

FRANCISVILLE

Faccio tappa al Saint Damien meno di quindici minuti. Il fitto programma di impegni infatti è slittato a causa della mattinata abbastanza “movimentata”, ed eccomi a rincorrere l’orologio. Alle 13 in punto arrivo a Francisville, dista poco più di trecento metri dall’ospedale, lo raggiungo tranquillamente a piedi. Francisville è una città di mestieri realizzata dalla Fondazione Francesca Rava, un centro di formazione professionale che dà lavoro a decine di ragazzi e produce già in regime di autosostenibilità pane, pasta, mattoni, divise e banchi per le scuole di strada, riparazioni di auto e mezzi di soccorso d’emergenza e altre cose. Oggi è il 4 ottobre, e nella giornata dedicata a San Francesco è stata organizzata una piccola festa in onore del santo che dà nome al complesso. C’è pane e pizza per tutti, e viene fuori una bella festicciola. Via con la musica, i ragazzi ballano, ed hanno un ritmo ed un’energia dentro da far paura. Si respira un bel clima. C’è Valeria con me, ed è molto contenta: lei è proprio la responsabile del progetto di Francisville, al suo posto sarei felice anche io nel veder realizzato un tale struttura. Arriva anche Padre Rick e benedice uno ad uno tutti i capannoni di questa fabbrica sui generis. Mangiamo un pezzo di pizza anche noi, e poi rientriamo al campo. Provo a ritagliarmi qualche ora di tranquillità per mettere in ordine le idee, ma non riesco nel mio intento.

COLPO ALL’ANIMA

Alle 18 vado nell’ufficio di Padre Rick, avevo preso appuntamento per intervistarlo. E’ molto stanco, oggi è stata una giornata dura, gli chiedo se vuole rimandare l’intervista ma lui dice di no, è abituato a portare a termine tutti i suoi impegni. E’ l’uomo triste e vessato di fronte a un qualcosa più grande di lui quello che mi sta di fronte. Padre Rick mi parla di questa terra, che non riuscirà mai a riprendersi fin quando non si uscirà dal regime di sussistenza. Gli faccio domande sul contesto politico, sugli equilibri internazionali e sullo scacchiere geopolitico del paese, per pentirmene subito dopo, ma lui non si tira indietro e mi risponde, mantenendo toni equilibrati. Gli chiedo se cambieranno mai le cose ad Haiti, lui allarga le braccia e dice no, è un qualcosa di troppo grande da realizzare.

Mi racconta che è stato aggredito lui stesso, ieri pomeriggio, quando siamo tornati dalla “trasferta” al supermercato per prendere yogurt e gelati. L’avevano avvisato che c’erano stati dei tafferugli per la distribuzione di riso a Tabarre, e lui si è subito precipitato a tentare di sedare gli animi. Ed invece è stato aggredito, insieme a Wynn, colpito con delle pietre alle spalle. La follia generata dalla miseria non fa differenze di pelle, di razza, di status. E’ profondamente rammaricato Padre Rick nel rivivere quei momenti attraverso il racconto. E’ l’uomo che cede di fronte alla grandezza della povertà, e che si sente sconfitto quando la gente, la sua gente, quella gente a cui lui ha deciso di sacrificare la sua vita, gli scaglia addosso pietre che non fanno male tanto al corpo, quanto all’anima. Concludo la serata con Irene, Valeria, due cooperanti tedesche e un ragazzo haitiano N.P.H. sulla terrazza dell’ospedale, sorseggiando birra Prestige e facendoci cullare dal vento che, ad Haiti, soffia soltanto quassù.

QUOTIDIANITA’ CARA

Alle 10 raggiungo Padre Rick nel suo ufficio. E’ alle prese con dei fogli sciolti, sono le schede dei malati che ha visitato ieri a Cité Soleil, trentatré in tutto. C’è scritto nome, cognome, diagnosi, medicina richiesta. Così andiamo al Saint Luc, l’ospedale del colera che sorge al fianco del Saint Damien per prendere i medicinali da portare ai malati. Prima però ci fermiamo in un nuovo reparto in costruzione, perché c’è una tac che non funziona. Stamani è arrivato un esperto da Miami, ma neanche lui riesce a risolvere l’inghippo, è un problema di conversione dell’unità di misura della tensione della corrente, europea e statunitense. Ragionano insieme per cercare una soluzione, ma invano. Salutiamo l’esperto che se ne torna a Miami senza aver risolto il problema. Padre Rick mi dice che lui ci prova, ma di elettricità, contatori, watt e quant’altro non ci capisce nulla. Più lo osservo e più mi chiedo come faccia quest’uomo a sostenere sulle sue spalle il peso del funzionamento e del mantenimento di questa immensa struttura. Parlando arriviamo alla farmacia.

Entriamo e ne usciamo con due scatoloni pieni di medicinali, “Sto rubando tutto!” mi dice ridendo sotto i baffi. Ci raggiunge anche Wynn, carichiamo gli scatoloni sul camioncino dei tre autisti e partiamo: direzione Cité Soleil. Noi andiamo in moto, Wynn va con Cesar, ed io e Padre Rick con “Ton”, il mio nuovo driver. Per strada sono testimone oculare del primo incidente. Dalla direzione opposta alla nostra, dopo averci incrociato, una moto si schianta contro un taptap, a bordo due uomini che cadono. Noi ci fermiamo poco più avanti, ci giriamo e Padre Rick dice: “Non sono feriti, andiamo avanti”, e così Ton riparte.

Arrivati a Cité Soleil si ripete, come un copione, la scena di ieri: Padre Rick entra nel tendone dai suoi malati, e Wynn lo perdo di vista tempo pochi minuti. Eccomi di nuovo sola in balia di una marea di bambini che sanno solo urlarmi contro “You You” e mi si aggrappano tirandomi da tutte le parti. Sono tanti, uno più bello dell’altro, il più grande avrà al massimo cinque anni, il più piccolo forse tre, e indossa una graziosa maglietta azzurra con collo alla coreana, chissà dove l’avrà presa. La situazione è peggiorata rispetto a ieri in questo spiazzo della Città del Sole, perché stanotte c’è stato un brutto acquazzone, e stamani ho trovato un piccolo laghetto a far da sponda tra le baracche e le nuove costruzioni.

Raccolgo la storia di Richard, ventuno anni, vive in queste baracche. Sua madre è morta, lui deve badare alle cinque sorelle e al fratellino, perché il papà è andato via e non vuole saperne più niente di loro. Mi ha detto che è difficile andare avanti, lui va a scuola, ma ha capito che non basta per tenere acceso il fuoco della speranza. Riconosco Ton e gli vado incontro, mi fa notare dei pescatori che sono a riva intenti a tirar su le reti. Mi racconta che i bimbi sono spaventati da questi uomini, perché li picchiano se solo osano avvicinarsi: quel pesce è merce da barattare al mercato, non serve certo a sfamare dei piccoli bastardi venuti al mondo per sbaglio. Facciamo una lunga passeggiata a piedi sul manto di spazzatura, arriviamo fino al punto limite del laghetto, ed ecco che spuntano dei bambini che, per raggiungerci, sono costretti a saltare sui sassi per non cadere nell’acqua. Sembrerebbe la scena idilliaca del ruscello di un paesaggio incontaminato, peccato però che qui è inquinato anche l’ultimo granello di polvere che riempie questa terra.

ALL’OMBRA DELLA CATTEDRALE

Torniamo al tendone e Padre Rick ha completato le visite, possiamo andare via. Wynn non so che fine abbia fatto ma non c’è, e così Padre Rick va con Cesar, ed io resto in moto con il mio ormai amico Tou. I due veicoli viaggiano in parallelo, varchiamo downtown e Padre Rick mi fa da padrone di casa indicandomi strade, luoghi e dando nomi a edifici che io vedo ridotti a un cumulo di macerie. C’è una gran discesa e al termine riconosco un rosone trafitto. E’ la cattedrale.

Entriamo con le moto sin dentro il perimetro dell’edificio ormai crollato, mi chiedo se non sia troppo esagerato varcare un luogo che, al di là delle macerie, dovrebbe comunque conservare una sua sacralità. Ed invece appena ci fermiamo spuntano tante persone che accerchiano Padre Rick. Sono ragazzi, uomini, donne, persone anziane, anche bambini. Un giovane ha la chitarra, intona qualche nota e iniziano a cantare. Tutti sembrano felici, Ton mi spiega che queste persone vivono in baracche di fortuna sorte attorno alla cattedrale, ed attendono l’arrivo del sacerdote con ansia, è l’unico che li aiuta. I cori continuano festanti, Padre Rick chiede di cantare un “Bienvenue Romina”, e loro acconsentono con gaudio. Mi emoziona sentire il mio nome pronunciato da tutti loro. Una ragazza mi avvicina, ha in braccio una bimba di neanche due anni, e mi chiede cinque dollari per comprarle il latte. Io dico di no. Il discorso è sempre lo stesso: darli a lei implica innestare una serie infinita di richieste. Restiamo meno di una mezzoretta in loro compagnia, poi risaliamo sulle moto, e ci seguono anche altri due centauri, che si sono intrattenuti tutto il tempo con Cesar.

Passiamo davanti al palazzo presidenziale, e poi riprendiamo il sali scendi che rappresenta una delle tante costanti del territorio di Port au Prince. Mi riporta alla mente i giri con il pickup di Evel dei primi giorni, mi sembra passata una vita. Ad un certo punto ci fermiamo dinanzi un cancello verde e bianco, aspettiamo che ci aprano e ci accolgono due vigilantes molto scortesi, al punto che ci fanno lasciare le moto fuori. Chiedo a Ton dove ci troviamo, e lui mi dice che siamo arrivati all’Ospedale Generale. Rabbrividisco. Significa Morgue. Significa obitorio. Significa una montagna di corpi abbandonati a cui Padre Rick dà la benedizione e una sepoltura.

L’ODORE DELLA MORTE

Camminiamo e ci lasciamo alle spalle un primo edificio, poi svoltiamo a destra e ne costeggiamo un secondo. Iniziano quindi una serie di container, che superiamo uno ad uno. Poi appare la scritta: Morgue. Entriamo e la prima cosa che percepisco è un odore molto acre. Sembra di entrare in una macelleria che propaga il fetore all’ennesima potenza. E mai sensazione è stata più veritiera. Usciamo subito dopo. Padre Rick manda i due ragazzi unitisi a noi dopo la breve sosta nella cattedrale a comprare le sigarette. “Io non fumo e mi dà fastidio anche l’odore – mi dice – ma devo farlo per forza quando faccio quel che sto per fare, altrimenti vomito”. Arrivano le sigarette e ne prendono un paio a testa. Mi invitano a fare altrettanto, ma io dico no.

Siamo pronti, entriamo uno a uno: Padre Rick fa da apri fila, poi Cesar, Ton, i due ragazzi della cattedrale, e infine io. Percorriamo un piccolo corridoio ed iniziano una serie di celle frigorifere. Ci fermiamo dinanzi alla prima, ci segue un portantino che si fa avanti e ci apre la porta. A questa vista uno dei due ragazzi della cattedrale si volta di scatto, indietreggia per raggiungere l’uscita ma non fa in tempo e vomita sul corridoio, poco distante da me. Padre Rick entra dentro, io rimango sull’uscio, insieme agli altri. Inizia a proferire la formula della benedizione, e fa una piccola predica. Parla in inglese, per darmi modo di capire, e forse si rivolge soprattutto a me, così da guidare con il tono della sua voce i miei occhi a una vista tanto crudele.

Cosa ho davanti? Un’immagine vista sui libri di scuola, nella pagine che raccontano l’olocausto e le sue vittime. Quando si accendono i riflettori sugli orrori causati dal fanatismo nazionalista, e vengono fuori corpi accasciati l’uno sull’altro, senza alcun ordine. Ho davanti varie file di cadaveri, mi concentro su quelle a me più vicine. Parto dal basso. Alla mia destra c’è la gambina di una bambina, rosa rosa, che mi fa rabbrividire. Poco più su un altro corpicino anch’esso inerme, è nero ed è messo a pancia in sotto, con le ginocchiette piegate. A terra, in verticale, quasi ad ostacolare l’uscita, c’è un uomo con una sola gamba, e dal corpo scheletrico. E’ stato buttato lì senza criterio e senza pietà, con la sua presenza quasi distrugge quel pseudo equilibrio di file composte, quattro da un lato e quattro dall’altro. In vita probabilmente sarà stato un ribelle, uno fuori dagli schemi, e così nella morte. Oppure al contrario era una persona mite e ubbidiente, colpevole soltanto di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ha condotto una vita ai margini, ed ora la ferocia della morte lo pone come l’unica pedina fuori posto di uno scacchiere in ordine.

Mi restano impressi i corpi rinsecchiti emblemi di una vita infame, e quelli di bimbi piccoli piccoli. Riconosco il volto di un ragazzino di dieci anni, e mi sembra sereno, come se il sonno eterno lo avesse colto senza far rumore. E’ un caso raro però. Perché il più delle volte faccio fatica a isolare i corpi di ogni persona, perché sembrano fatti di una materia indefinita, e non si capisce dove finisca l’uno ed inizi l’altro. Storie di sagome senza volti, senza nomi, senza identità. Pezzi di carne giacciono l’uno sull’altro, a ricordare che dalla terra siamo venuti, e nella terra ritorniamo. Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non ce l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini: mi verrebbe da definirlo così il Morgue.

A conclusione della celebrazione Padre Rick intona un canto, ed i ragazzi lo accompagnano. Passiamo alla seconda cella, ma non ricordo ciò che vedo. Ho rimosso. Non mi viene in mente alcuna immagine. Soltanto un vestitino rosso, ed un cappelletto di lana bianca con dei ricami a quadri gialli e rosa.
Riesco ad ovviare al cattivo odore poggiando sul naso una salvietta profumata alla menta. Non subisco lo shock che temevo, nel senso che riesco a resistere a tutte le funzioni nelle varie celle. Foto però no, non riesco a farne. Ho provato a domandarlo a Padre Rick quando eravamo fuori ad aspettare le sigarette. Lui mi ha risposto che doveva chiedere per vedere se era possibile, ma io non ho insistito oltre. La verità è che non me la son sentita.

Olivier Laban-Mattei ha vinto il primo premio del World Press Photo 2011, categoria General news, con una foto scattata proprio alle pile di corpi dell’obitorio del Morgue all’indomani del terremoto. Un uomo vestito bianco getta cadaveri l’uno sull’altro, quasi fossero dei sacchi. Ebbene temo che io non riuscirò mai a fare una cosa del genere. Riuscirò a scriverne forse, soffrendo nel cercare di portar a galla le parole in grado non di descrivere, quanto meno di far immaginare una scena così agghiacciante, ma non sarò mai in grado di scattare una foto.

Non conservo la giusta lucidità. E poi credo che ci sia una soglia che merita di non esser varcata, perché altrimenti si rischia di toccare le corde della dignità umana, una dignità già messa a dura prova qui ad Haiti.
Il viaggio di ritorno scorre via senza che me ne accorga. Chiudo gli occhi e mi accovaccio alle spalle di Ton. Troppa polvere, troppo degrado, troppi pericoli che si materializzano ad ogni sorpasso, ad ogni tentativo di tagliare la strada ad un taptap o ad un furgone. E io non ce la faccio più. Per la prima volta da quando sto qui sento la necessità di non vedere. E forse perché oggi ho visto davvero abbastanza.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 10 Marzo 2012, su Carmilla on line.

Disponibile su: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/03/004224.html

 

PUNTATE PRECEDENTI

Per leggere la prima puntata:http://rominavinci.wordpress.com/2012/02/21/le-macerie-di-haiti-15/

Per leggere la seconda puntata:http://rominavinci.wordpress.com/2012/02/26/le-macerie-di-haiti-25/

Per leggere la terza puntata:  http://rominavinci.wordpress.com/2012/03/04/le-macerie-di-haiti-35/

Le macerie di Haiti (3/5)

Il risveglio è stato tutt’altro che dolce stamane, ad una settimana esatta dall’inizio del mio viaggio.  L’allarme che improvvisamente ha iniziato a suonare ieri sera facendomi concludere la giornata nel terrore, è andato avanti tutta la notte, perché io non ho avuto il coraggio di scendere per vedere da cosa dipendesse. L’ho fatto alle prime luci dell’alba, quando l’oscurità si è dissolta ed io son tornata a possedere con gli occhi gli spazi che mi circondano.  Scesa al piano terra, ho raggiunto l’impianto elettrico e c’era scritto “Lowbattery shutdown”.  Ho spento l’interruttore, aspettato qualche minuto prima di riaccenderlo e, voilà, fine del rumore, ritorno della corrente con internet annesso. Sarebbe bastato un pizzico di coraggio, la sera prima, per evitare una nottata insonne, con un riposo molto frastagliato.

PRIMO ADDIO

Essendo sabato oggi non c’è movimento qui all’associazione. Non son venuti né gli avvocati, né le segretarie e neppure le donne delle pulizie. Evel stesso è arrivato poco dopo le dieci, e non da solo: ha portato Jhonny con sé.  Perché domani si chiude la prima parentesi del mio viaggio, e lascio la sede  dell’AUMOHD per trasferirmi alla parte opposta della città, quartiere di Tabarre. Così Jhonny è voluto venire a salutarmi. Vestiva elegante: mocassino, pantalone di panno marrone con piega, camicia avana, cravatta beige con motivi in tinta.  E’ stato poco, una decina di minuti forse, perché doveva andare a lavorare. Ha insistito affinché gli mostrassi un po’ di foto della mia vita in Italia e così ci siamo messi davanti al computer. Ha voluto vedere la mia famiglia, i miei amici, i luoghi in cui vivo, e continuava a ripetermi che sarei dovuta rimanere più tempo con loro. Ha detto che mi ha caricato il cellulare con un dollaro haitiano, così potrò mandargli messaggi anche nei prossimi giorni. Mi ha lasciato senza parole tanta sensibilità. Quando è andato via io sono rimasta in camera, ho aspettato che varcasse il cancello e l’ho seguito con lo sguardo mentre si incamminava per la sua strada.  Si è voltato e ci siamo salutati, teneramente, con la mano. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

THE WORKERS

Poi l’ufficio pian piano ha iniziato a riempirsi di lavoratori che Evel ha raggruppato per un meeting, al quale mi ha fatto partecipare.  Si tratta di vigilantes, e hanno discusso sullo stipendio, sulla tipologia di contratto, sul rispetto dei minimi salariali, sui loro diritti. L’incontro è durato un paio d’ore, e mi è piaciuto molto. Ho conosciuto più di qualche sindacalista nel corso della mia carriera, eppure è la prima volta che incontro una persona così appassionata. Evel ha molto appeal sulle persone, non mi sorprenderei se tra una decina di anni lo trovassi presidente di Haiti, sicuramente avrebbe più senso di un cantante che continua ad essere conosciuto ai più per la sua musica che non per il suo ruolo politico.

RICH DISTRICT

Terminato l’incontro siamo usciti con il pick-up, prima siamo andati a Petionville a prendere Gaelle e poi di nuovo in giro, alla scoperta di questo “quartiere dei ricchi” che mi è stato tanto decantato.  Durante il tragitto ho visto un uomo prendere l’acqua da terra per lavarsi, ha attinto dalle pozzanghere che si formano nei canaletti ai lati delle strade, e sono più fango che acqua. Si è dato una rinfrescata prima sotto un’ascella e dopo nell’altra, per poi proseguire indisturbato il suo cammino.  Dopo ho visto  i resti di un palazzo a più piani caduto su se stesso, le macerie facevano soltanto intravedere i pilastri dell’originale edificio. Ebbene, una signora si addentrava in questa insenatura, e scavava tra i detriti per cercare chissà cosa. A rischio, chiaro, che gli crollasse tutto addosso, e non per un nuovo terremoto, ma era sufficiente il passaggio di un camion più pesante a smuovere l’asfalto.

Evel mi ha spiegato che i famosi “ricchi” vivono su di una collinetta che domina tutto il paesaggio di Port au Prince. E più saliamo più lo scenario gradualmente cambia. Anzitutto perché incombe una massiccia presenza di verde.  Spesso le schiere fitte di alberi si aprono e lasciano intravedere un interno fatto di capanne, ma ancor di più ci sono case, intatte, delimitate da cancelli.  Passiamo davanti anche ad un paio di alberghi, a più stelle, niente di eccezionale però. Quando la strada inizia a farsi più ripida Evel si ferma, parcheggia e raggiungiamo il ristorante che dista poche decine di metri. Di fronte, immersa nel verde della collina, c’è una villa che domina impotente tutto il paesaggio.  Nient’altro. Il quartiere dei ricchi finisce qui. Mi sarei aspettata un qualcosa di simile a quanto visto a Miami, campi da golf, ville sterminate, sfarzo e sontuosità in contrasto con la cruda povertà, invece son rimasta delusa.

Al ristorante, in compenso, per la prima volta trovo un bagno agibile, aprendo il rubinetto l’acqua esce dal lavandino, ed il water è dotato di scarico funzionante. Segno che, la differenza, anche se poco percettibile apparentemente, in realtà è abissale.  E per la prima volta dopo una settimana faccio un pasto come si deve: tassot, banane fritte, verdura lessa, avocado. A centro tavola un riso scuro, molto saporito, con funghi.

IL SEGRETO DELL’ACQUA

Rientriamo nella sede di AUMOHD verso le 17.30. Sta già per imbrunire quando mi rendo conto di non aver più acqua nel secchio al bagno.  Così scendo giù con il secchio in mano, Evel si scusa e mi dice che il sabato e la domenica non ci sono le donne che fanno le pulizie, a cui spetta il compito di riempirlo. Entriamo in cucina e scopro che c’è un pozzo, proprio nel mezzo della stanza, accanto alla credenza. E’ rivestito con le stesse mattonelle del pavimento, non mi sarei mai accorta della sua esistenza. C’è una cordicella e un secchiello, Evel tira tira e l’acqua sale su. Mi faccio svuotare quattro secchielli, sarebbero stati più che sufficienti. E sorrido: ho scoperto il segreto dell’acqua.

NEXT STEP

Ci siamo, è ufficialmente iniziata la mia nuova avventura al Saint Damien. Emozioni a caldo? Abbastanza spaesata, ma in fondo è normale. Il fatto è che fino a ieri mi sentivo straniera tra gli haitiani, mentre qui parlo inglese e spagnolo contemporaneamente, è un pullulare di nazionalità, c’è anche qualche italiano.  Tutto sembrerebbe più semplice a prima vista.

Evel è venuto a prendermi verso mezzogiorno, mi ha parlato dei due progetti che ha in mente di realizzare tempo massimo entro la prossima estate: l’apertura di una stazione radio per i lavoratori, e una nuova sede dell’AUMOHD a tre piani. Piano terra come punto d’incontro dei lavoratori, al primo i visitatori, al secondo la stazione radio. Mi ha chiesto di aiutarlo a trovare sponsor, lo farò. Perché è un muro alto quello che sta scalando.

Ci impieghiamo quasi un’ora per arrivare al Saint Damien Hospital. E’ un nosocomio all’avanguardia che si trova in località Tabarre, è l’ospedale più grande dei Caraibi ed è stato costruito da N.P.H. (Nuestros Pequenos Hermanos) in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava. All’ingresso ci viene ad accogliere Wynn, un ragazzo di carnagione molto chiara, magro occhi celesti, indossa un cappello da cowboy. L’approccio è quanto meno paradossale, perché esordisce con un “Buongiorno Romina” e  nel giro di tre secondi parla in francese, in creolo e in inglese. Evel mi chiede di che nazionalità fosse, gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Ci fa raggiungere la parte posteriore dell’ospedale,  ci sono le tende lasciate dalla Protezione Civile giunta in piena emergenza post-terremoto. I volontari di N.P.H. hanno creato un piccolo campo base attrezzato: le tende formano una stradina ad L, al principio c’è un piccolo angolo relax con due tavolate lunghe e delle panche. Wynn mi dice che posso considerarmi ufficialmente arrivata a destinazione, così saluto Evel ringraziandolo per l’ennesima volta, e mi immergo nel nuovo contesto.  Alla mia domanda su quale fosse la sua mansione Wynn mi risponde allargando le braccia: “I’m just a man”.  E’ nato a New York e si trova da più di un anno a Port au Prince, è per questo che parla anche creolo.  Con piacere ho scoperto che se la cava fluentemente anche con lo spagnolo, e mi ha confessato che sa qualche parola di italiano perché qui all’ospedale ci sono molti medici italiani, e lui è stato a Venezia. Non fa in tempo a finire la frase che mi spunta davanti una dottoressa.  Ha il camice verde, lo stetoscopio al collo e sembra che vada di fretta. Mi dice che è italiana, e indica a Wynn la sua tenda: l’avrebbe condivisa con me. Il tempo di prendere la valigia però e la dottoressa è già scomparsa.

Wynn mi chiede se ho fame, e deve essersi acceso un improvviso luccichio nei miei occhi, perché lui mi sorride e mi indica l’angolo relax. In fondo ci sono  dei grossi tegami, mi spiega che  viene servito un pasto al giorno per i volontari, alle 13.30.  Siamo già fuori orario ed il pollo è terminato, c’è solo del riso e delle banane fritte, che divoro in un batter d’occhio (è da ventiquattro ore che non tocco cibo).  Mentre mangio Wynn mi fa compagnia, seduto di fronte a noi c’è anche un medico cubano e così  parliamo tutti e tre in spagnolo.

PADRE RICK

E’ da quando ho deciso di intraprendere questo viaggio che sento parlare di Padre Richard Frachette, direttore di N.P.H. meglio conosciuto come Padre Rick. E’ come se intorno al suo nome aleggiasse una sorta di aura mistica.  Ho scoperto della sua esistenza grazie ad un’azienda con cui collaboro da qualche anno, e che in questo momento è impegnata in opere solidali ad Haiti.  E’ stato il direttore a citarmi, per la prima volta, questo sacerdote missionario e medico americano, che vive ad Haiti da oltre ventanni e realizza grandi cose. Ed è sempre il patron dell’azienda che mi mette in contatto con la Fondazione Francesca Rava. Poi mi sono recata a Milano, presso la sede della onlus, ed ho avuto un lungo incontro con la presidente Mariavittoria Rava,  nel corso del quale lei non si stancava di narrarmi la grande forza d’animo di questo Padre Rick, che condiziona positivamente l’operato di tutti.

“Padre Rick ti sta aspettando nel suo ufficio”, mi dice Wynn, distogliendomi dalla conversazione con il medico cubano su un film recentemente uscito nel suo paese che sta facendo scatenare un putiferio. “Eccoci finalmente alla resa dei conti”, penso io. Sono intimorita da questo incontro, ed invece si rivela così spontaneo, candido e sincero che, quasi senza accorgermene, tutte le barriere cadono. Mi aspettavo un uomo barbuto, tarchiato, bassotto, magari con il saio. Ed invece Padre Rick è tanto di più umano  ci si possa trovare di fronte,  la classica persona della porta accanto. Non indossa l’abito, è un uomo alto, fisico possente, ma dallo sguardo estremamente dolce e innocente. Lo osservi e ti viene in mente la purezza di un bambino. Wynn mi aveva detto che Father Richard Frachette era in grado di parlare sette-otto lingue. Io esordisco in inglese, ma dopo qualche battuta lui inizia a rispondermi in italiano, così da mettermi ancor più a mio agio.  Mi porta a fare un giro nelle strutture che sorgono qui intorno al Saint Damien. Il centro colera per bambini, il centro per gli adulti, il centro pediatrico.  Il Santa Filomena e l’Ospedale Saint Luc sono nati a tempo di record con l’uso all’inizio di container e tende, oggi sostituite da una struttura permanente, e hanno accolto malati affetti da traumi o altre patologie e, soprattutto, contagiosi per il colera. Padre Rick mi racconta che hanno salvato più di diecimila persone dallo scoppio dell’epidemia nell’ottobre 2010, ma è ancora tantissimo quello che c’è da fare.  Non è esattamente una passeggiata visitare queste strutture, e poi a volte la puzza è intensa.  Però, mi spiega, basta una semplice accortezza, vale a dire lavarsi le mani e le scarpe all’entrata e all’uscita dai reparti in una soluzione di acqua e cloro, per non venire contagiati dal colera.

CENTO YOGURT

Ci mettiamo a contare i letti con le persone, ed è divertente perché facciamo confusione tra le varie lingue. Iniziamo a dire numeri in inglese, poi passiamo all’italiano, poi ancora allo spagnolo. Dobbiamo andare al supermercato a comprare gli yogurt,  bisogna sapere il numero esatto di malati. Lo fa ogni domenica.  Usciamo dall’ospedale con un pick-up abbastanza disastrato e malconcio, lui alla guida, Wynn al suo fianco ed io dietro.  C’è tanta gente per strada, Padre Rick mi  spiega che è un momento molto difficile, perché è in atto la distribuzione del riso, ma non basta mai per tutti, e così si verificano episodi di violenza. Un sacco da venti chili costa venti dollari, il prezzo della pasta è inferiore, a parità di carboidrati,  è per questo che loro cucinano sempre pasta. Procediamo a passo d’uomo, perché al nostro passaggio la gente si accalca. Padre Rick si ferma, parla con tutti, lo fa in modo pacato.  A un certo punto Wynn scende dalla vettura, tempo pochi minuti e un gruppo di bambini inizia a salire sul vano di dietro. Sono undici in tutto, e Wynn sale insieme a loro e prosegue il viaggio in piedi. Ad Haiti si vive così. E questi bambini aspettano con ansia il passaggio di Padre Rick la domenica pomeriggio…

Giungiamo al supermercato e ci mettiamo a contare cento bottigliette di yogurt, riempendo tutto il carrello. Arriviamo al reparto frigo vicino la cassa, dobbiamo prendere i gelati per i bambini che ci aspettano fuori. Ne abbiamo presi quattordici, e tutti insieme ci siamo messi fuori, ognuno con la propria coppetta. Per questi bimbi è un appuntamento fisso, la domenica è festa perché Padre Rick li porta a prendere il gelato al supermercato.

Al nostro rientro, mentre percorriamo la strada che costeggia il Saint Damien, tre ragazzi ci affiancano, e parlano animosamente con Padre Rick. Ci accompagnano per tutto il tragitto, salutandoci e ringraziandoci soltanto davanti all’ingresso dell’ospedale. Hanno chiesto aiuto al sacerdote: una donna è morta in un altro ospedale, e loro non hanno soldi per fargli il funerale.  Padre Rick li rassicura, domattina manderà una macchina a prendere la salma.  Ad Haiti tutto è un problema, anche i cadaveri, ma lo capirò soltanto nei giorni successivi.

E’ seguito quindi un meeting con gli altri cooperanti sul tema della sicurezza.  Hanno parlato della difficile situazione di Cité Soleil, una delle baraccopoli più povere di Port au Prince. Dieci giorni fa è stato ucciso un cantante, Felix, molto amato dalla popolazione per il suo impegno a favore dei poveri.  Quando la fame prende il sopravvento la lotta diventa impari, e non ci son più né buoni né cattivi, ma tutti sono in pericolo, alla mercé della disperazione.  Questa sera è arrivata dall’Italia anche Valeria, una ragazza della Fondazione Rava, e si è messa in tenda con me e con la dottoressa, che nel frattempo ho scoperto chiamarsi Irene, avere 31 anni, ligure di origini ma vive e lavora a Parigi da anni.

 KENSCOFF

Stamattina la sveglia è suonata presto, alle 5 in punto.  Destinazione? Orfanotrofio di Kenscoff, sulle montagne, due ore per raggiungerlo.  La strada per la maggior parte dei tratti è asfaltata, al di là dei tornanti vertiginosi. Incontro tanti bambini che vanno a scuola. Tutti con vari tipi di uniformi: le ragazzine con le gonne a pieghette blu, e camicetta celestina, oppure a strisce bianche e blu. Alcuni hanno i grembiulini tinta unita, beige o verde scuro.  Sembrano dei bambolotti. Il paesaggio è molto difforme, a volte è la vegetazione a farla da padrone, con colorazioni intense di verde, per me nuove. Perché ci sono tonalità che l’occhio occidentale non è in grado di rilevare. Di tanto in tanto compaiono agglomerati urbani, con capanne e semi-baracche  adibite a negozi. Ho visto panni appoggiati sui tetti, oppure stesi sulle piante: ad Haiti hanno anche un modo tutto loro per fare il bucato.  Più saliamo più scompaiono anche i taptap, e rimangono soltanto le moto a percorrere le strade dissestate. Ad un certo punto ci ha superato una motocicletta con tre ragazzi carichi di bidoni d’acqua. Ma l’aspetto più divertente di questa escursione è il mio driver, Briniol: siamo soltanto io e lui, e lui parla solo creolo. Eppure ci intendiamo. Mi ha mostrato Petionville, Peguyville, ed anche la casa del presidente Martelly. E’ fantastico capirsi al di là dell’idioma.

Giunti a destinazione Briniol mi fa scendere, mi avrebbe aspettato fuori.  Entro e mi trovo davanti quattro ragazzi che mi guardano incuriositi. Faccio un lungo sospiro e tiro fuori il meglio di me: “Bonjour, je suis Romina je suis italienne”.  Non apprezzano però lo sforzo titanico che ho appena compiuto nel proferire sette parole in francese, e si limitano a sorridere. Ci sono dei cartelli che indicano di scendere, a sinistra, per l’école . Intravedo movimento in fondo, riconosco dei grembiulini. Così accelero il passo, faccio le scale due a due e, giunta nel piazzale, mi trovo di fronte ad una cerimonia. Tanti, tantissimi bambini, tutti disposti ordinatamente in riga, cantano l’inno nazionale. Ho un debole per le bambine con le treccine ed i fiocchi in testa, sono i soggetti che immortalo con più piacere.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Poi pian piano, riga dopo riga, la composizione si scioglie ed i bambini, dai più grandi ai più piccoli, iniziano a fare il loro ingresso nella struttura, per il loro primo giorno di scuola.  Intravedo una suora e subito mi avvicino, riaziono il meccanismo e ripeto la filastrocca del “Je suis Romina, italienne..” ma lei mi blocca: parla italiano. Suor Almerance appartiene all’ordine della salesiane ed ha vissuto cinque anni in Italia, ecco spiegato l’arcano quanto mai piacevole mistero. Mi fa visitare l’orfanotrofio Kay Saint Helene: trecento bambini vivono permanentemente qui, trecentocinquanta invece appartengono alla comunità circostante e ne frequentano la scuola e la mensa, così hanno un pasto sicuro ogni giorno e la possibilità di studiare. Una cinquantina sono orfani del terremoto.  Suor Almerance mi mostra alcuni appezzamenti di terreno in cui sono stati piantati semi e piante per l’autosostentamento dell’orfanotrofio e per insegnare ai bambini come coltivare la testa. Poi mi lascia nelle mani di Jean Antoine, un ragazzo che conosce sia l’inglese che lo spagnolo. Orfano anche lui, è cresciuto in questo posto, poi è andato a studiare elettrotecnica a Port au Prince ed ora è tornato qui e lavora come elettricista.

Ho trascorso una piacevole mattinata ed ho scoperto una bellissima realtà. Sono rientrata al Saint Damien in tempo per il pranzo. Nel pomeriggio Roseline, mia guida ed interprete, mi ha fatto visitare l’ospedale, realizzato grazie al determinante contributo dall’Italia. Mi ha mostrato anche il nuovo reparto maternità e neonatologia, dove nascono in sicurezza quindici bambini al giorno.

 

Ho la sensazione di aver varcato uno spartiacque, e difficilmente tornerò indietro.  E’ iniziata per me una nuova avventura, con uno schedule day da rispettare, una lingua che non mi è affatto ostile e c’è una realtà parziale, e mi chiedo se combaci con il vero volto di Haiti. Che è quello di Daphney, che da quando non le ho dato i cinquanta dollari per il suo compleanno è sparita. Ed è quello di Jhonny, che oggi per la seconda volta mi ha caricato di 5 HDG il cellulare, così posso rispondere ai suoi messaggi.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 3 Marzo 2012, su Carmilla on line.

Disponibile su: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/03/004219.html#004219

PUNTATE PRECEDENTI

Per leggere la prima puntata:http://rominavinci.wordpress.com/2012/02/21/le-macerie-di-haiti-15/

Per leggere la seconda puntata:http://rominavinci.wordpress.com/2012/02/26/le-macerie-di-haiti-25/